Se nel governo Renzi spariscono l’Europa e il Meridione

Lo scorso venerdì 21 il nuovo governo Renzi ha cominciato il suo cammino. Un cammino che comincia con una rottura, forte, con il governo uscente. Tuttavia, la presentazione della squadra dei ministri lascia molte perplessità, per una serie di tematiche che sembrano avere un peso minore nella futura azione di governo.

La scelta dei nomi segna un accentramento della luce mediatica, e del processo decisionale, in pochi decisivi centri. Renzi punta ad amministrare personalmente la totalità dei passaggi più delicati, con qualche delega a Padoan (Economia), Guidi (Sviluppo Economico) e Poletti (Lavoro). Per quanto concerne gli alleati, è probabile che i ministri NCD rappresenteranno un vero e proprio “governo nel governo”, assumendo un peso specifico notevole, sopratutto se comparati ai molti giovani presenti nel governo. Non una grande idea (ma probabilmente una scelta obbligata) l’aver dato ancor più peso ad un partitino che fino a due mesi fa veniva classificato dallo stesso premier come irrilevante, avendo solo 30 deputati.

Il segnale più preoccupante è l’ambivalenza sulla questione europea, a soli cinque mesi dall’inizio del semestre di Presidenza italiano. Se da un lato i discorsi al Senato e alla Camera per la fiducia sono stati molto incentrati sull’importanza dell’Unione Europea e della dimensione continentale dell’Italia (senza dimenticare l’adesione del PD al PSE), chi un minimo conosce i meccanismi europei, sa che sui tavoli che contano si chiede già di conoscere la posizione italiana su diversi dossier, considerato che il semestre di Presidenza italiano coinciderà con il delicatissimo inizio della programmazione dei Fondi Europei 2014-2020, dove l’Italia dovrà gestire (solo sul suo territorio) più di 32 miliardi di Euro di potenziali investimenti. Gli uffici dei ministeri sono ovviamente impreparati davanti a simili domande, non avendo chiare direttive politiche.

La fine di un governo è sempre un’esperienza traumatica. Si spezzano all’interno degli uffici fragili equilibri, si paralizza l’attività amministrativa, si confondono le idee dei quadri dirigenti, si lasciano pericolosi periodi di “vuoto”, nei quali è facile che qualche funzionario si ritagli margini d’autonomia maggiori rispetto a quelli che normalmente avrebbe, con tutto quel che ne consegue. Ci sarà quindi da riattivare molto velocemente una filiera politico-amministrativa che, sulle questioni europee come su altre, necessita di indirizzi precisi, e che stava solo ora cominciando a beneficiare di una relativa tranquillità a livello decisionale. Un processo di riattivazione che però vedrà il venir meno di alcuni ministeri cardine per ciò che concerne le questioni europee.

Sparisce il Ministero della Coesione, geniale intuizione del governo Monti, affidato all’epoca a Fabrizio Barca, e retto fino a ieri da Carlo Trigilia – il quale, solo martedì 18, aveva ricevuto a Bruxelles un endorsement pubblico da parte del Commissario UE alla Politica Regionale, Johannes Hahn, che si auspicava la riconferma del ministro uscente. Il Ministero della Coesione è, sulla carta, senza portafoglio. In realtà ha (o meglio, aveva) in mano le “chiavi della cassaforte” europea. Infatti, la sua unica ragion d’essere era l’accentramento e la razionalizzazione dei progetti finanziati con fondi europei. Una funzione cruciale soprattutto per le regioni del Sud Italia, dove in queste ore, non a caso, sta montando la protesta. Sulla stampa nazionale la questione è passata in sordina – il che segna, ancora una volta, il drammatico pressapochismo del giornalismo nazionale.

Desta poi perplessità la scelta per il ministro per gli Affari Regionali, che, probabilmente, assorbirà almeno una parte delle competenze del ministero della Coesione. La personalità scelta è Maria Carmela Lanzetta, civatiana di 58 anni, farmacista della Locride. Di lei si conosce il suo impegno contro le mafie, pagato a caro prezzo con intimidazioni violente. Ma il background del neo-ministro stride con la gestione di dossier delicati, come ad esempio il prossimo PON (Programma Operativo Nazionale) che destinerà il 5% dei fondi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) per il settennato 2014-2020 alle maggiori città italiane (più di un miliardo di euro). Un programma che sarebbe stato in capo al Ministero della Coesione (maggiori informazioni sul PON Città cliccando QUI).

Se l’accelerata tecnica delle ultime tre righe vi ha confuso, sappiate che l’obiettivo era proprio questo. A dimostrazione che i numerosi dossier che girano attorno all’Europa sono estremamente complessi. Una complessità che richiede anni di esperienza nel campo, come quella di Enzo Moavero Milanesi, per due legislature al Ministero per gli Affari Europei, anch’esso soppresso.

Si penserà: la mancanza di tali organi di coordinamento con l’Europa (Ministero per la Coesione e Ministero per gli Affari Europei) sarà compensato da un nome d’altissimo profilo per il Ministero degli Esteri. Tuttavia, alla Farnesina è andata in scena un altro copione, con la sostituzione di una personalità come la Bonino. Della quale, tutto si può dire tranne che non avesse un’esperienza e un pedigree internazionale come pochi in Italia. Eredita un ministero complesso, gravato dalla difficilissima questione dei marò, la sconosciuta ai più Federica Mogherini, ex responsabile dei rapporti internazionali dei DS, poi del PD. Fra le sue esperienze internazionali, segnala il Corriere della Sera, c’è un Erasmus. Un particolare del quale, siamo sicuri, anche la Merkel, Hollande o Putin rimarranno colpiti.

Chi mastica un po’ d’Europa, e ne conosce i complessi meccanismi burocratici, sa quanto sia importante una pubblica amministrazione efficiente. Non proprio uno dei punti di forza dell’Italia, e contro la quale tante volte le istituzioni europee si sono, loro e nostro malgrado, scontrate. Dello snellimento e razionalizzazione della burocrazia italiana (una sfida da far tremare i polsi) si dovrà occupare la giovanissima Marianna Madia, 33 anni, ex responsabile PD per il lavoro. La necesità di una pubblica amministrazione più snella è considerata dallo stesso premier come “la madre di tutte le battaglie”. Una battaglia che comincia in salita per la giovane Ministra. Infatti, la sua nomina ha sucitato molte polemiche, in quanto è da più parti indicata come una raccomandata con poca esperienza.

Nel pressapochismo della stampa italiana, da nessuna parte è emerso che il maggior ministero di spesa italiano, e quindi quello attraverso il quale transitano la maggior parte dei fondi europei, è il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), rimasto saldamente nelle mani di NCD, nella persona di Maurizio Lupi. Si sperava che un ministero enorme, complessissimo, e che gestisce miliardi di euro, vedesse al suo interno almeno un contro-bilanciamento politico nella permanenza di Vincenzo de Luca come Viceministro, che sarebbe stato anche uno dei pochi uomini del Sud presenti del governo. I fatti delle ultime ore hanno indicato un destino diverso per il MIT, dove però sarà presente l’unico campano di tutta la compagine governativa: il beneventano Umberto Del Basso De Caro (PD).

Il Meridione, quasi del tutto assente nel nuovo governo renziano, è un altro, doloroso capitolo. Alle regioni del Sud Italia sono destinati più del 68% dei prossimi fondi europei, per un totale di circa 22 miliardi. I risultati dei fondi spesi attraverso le passate programmazioni sono tristemente sotto gli occhi di tutti, salvo qualche felice (e rara) eccezione come la Linea 1 della metropolitana di Napoli. Nel complesso, il quadro è talmente drammatico da aver spinto il governatore Caldoro, a poche ore dalla presentazione della lista dei ministri, ad auspicarsi che le competenze del Ministero della Coesione non vengano disperse, e che si crei un dipartimento ad hoc per gestire la complessa partita dei fondi europei. Partita che lo stesso Caldoro sta giocando in solitudine a Bruxelles, e sulla quale, si intuisce, vorrebbe trovare una solida sponda a Roma, dove si auspicava sorprendentemente che il suo acerrimo rivale, Vincenzo de Luca, restasse al suo posto di viceministro, pur di avere un campano al governo – poco importa di quale schieramento fosse. Le recenti nomine di viceministri e sottosegretari hanno chiarito come nel rinnovamento renziano esca sconfitta l’intera classe dirigente di centro-sinistra del Meridione, come giustamente ha notato Maddalena Tulanti sulle pagine del Corriere.

Per concludere, Renzi ha puntato tutto su se stesso. Con ministri così politicamente deboli, dovrà prendere da solo tutte le decisioni delicate. Un concetto che, del resto, egli stesso ha chiaramente espresso. Ma il Presidente del Consiglio non dovrà prendere solo decisioni politicamente delicate. Dovrà prendere anche decisioni europeisticamente complesse. Il che è tutta un’altra cosa. E queste decisioni il più delle volte toccheranno direttamente il Meridione. Solo dalla bontà di queste scelte si capirà se ha fatto il passo più lungo della gamba, circondandosi di giovani inesperti, o se avrà davvero vinto la sfida del rinnovamento biologico della politica italiana, creando così una nuova classe dirigente, che sia europeisticamente preparata e che abbia la sensibilità e le competenze necessarie per affrontare i problemi enormi del Sud. Due temi sui quali è davvero cruciale “cambiare verso”.

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Come sbagliare tutto e vivere (in)felici

Quasi due mesi fa scrivevo un commento, amaro, post-elezioni. Scrivevo del mio pentimento per aver appoggiato Bersani, per non aver seguito l’onda generazionale, a me anagraficamente più vicina, di Renzi.

Alla vigilia del più importante momento della vita pubblica del nostro Paese, l’elezione del Presidente della Repubblica, che avverrà verosimilmente domani, venerdì 19 aprile, non posso che confermare quanto già scritto.

In questi due mesi, tutto quel che si poteva sbagliare lo si è sbagliato. La situazione politica non è certo semplice, per carità. Le geometrie sono estremamente variabili, tante variabili nuove si incrociano. Non è mia intenzione farmi maestro di niente, sia ben chiaro.

Sono però un elettore. Fedele. E confuso.

Grandi intese? No. Qui, in Italia, no. Non è possibile, non ci sono i requisiti per trattare con chi ha devastato il Paese.

Parliamo ai nuovi. Parliamo ai grillini. Recepiamo la domanda di cambiamento. Strutturiamola. Corteggiamoli. Andiamo in streaming. Prostriamoci.

La persona non è importante. Il leader non è indispensabile. Ci si può fare da parte, se serve. Per il bene del Paese. Ma serve un governo, non nuove elezioni.

Tutto questo schema è saltato.

Abbiamo inseguito un movimento che ritiene l’attuale modello di democrazia rappresentativa giunto al capolinea. Non poteva che andare come è effettivamente andata, ossia uno sdegnato diniego davanti a proposte di collaborazione.

Abbiamo sdegnato un partito ritenuto inaffidabile, il prodotto della parte deteriore della società italiana. Ora, ne invochiamo l’aiuto.

In un Paese normale, la I carica dello Stato sarebbe certamente il prodotto di un accordo bipartisan. E’ una cosa normale, condivisibile, di civiltà. La persona, Marini, è poi stimabile. E’ una persona perbene. E’ finito in qualcosa più grande di lui.

Ma il problema è il metodo, perché noi NON siamo un Paese normale. Non lo è un Paese che si è tenuto, e continua a votare, per vent’anni un’anomalia come Berlusconi. Non lo è un Paese in cui lo sdegno verso la propria classe politica tocca percentuali a due cifre.

In un Paese non-normale, misure normali non si possono adottare.

Lo si è provato per vent’anni, e per vent’anni si è fallito.

Che fare allora? Piegarsi agli umori della piazza?

Non so. Certamente, per due mesi il pallino dell’iniziativa è stato in mano ad altri. L’attività del PD è stata “a rimorchio”, discutendo su quel che gli altri, in altri luoghi, con altre persone e con altri metodi, decidevano. Ciò è avvenuto anche per l’elezione del Capo dello Stato.

Non si può sempre giocare di rimessa. Si devono accettare i rischi di un azzardo, alle volte. E’ ora di chiudere la partita delle partite, che è quella di questa ventennale anomalia.

Riprendo Renzi, a cui mi sento sempre più vicino non per meriti suoi, ma per demeriti altrui.

Non si barattano i prossimi sette anni per le prossime sette settimane. Non si baratta un Presidente “condiviso”, che garantisca un salvacondotto giudiziario a Berlusconi, per un governo Bersani, o a “guida” PD, che comunque avrà vita breve.

Non si risponde così ad un Paese in subbuglio.

Non è necessario sentire l’umore della piazza, ma basterebbe sentire quello della propria coscienza. Non si può, ancora una volta, risuscitare Berlusconi, il quale ha conquistato l’Italia più per demeriti della sinistra che per meriti suoi.

Basta con il morettiano “continuiamo così, facciamoci del male”.

Per una volta, rischiamo. Prendiamoci una vera responsabilità.

Di tatticismi si muore, e noi siamo già feriti.

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Cenere alla cenere

Quando comincia a piovere, la cenere, goccia dopo goccia, diventa sempre più nera. L’odore acre di plastica, legno, e carta bruciata, muta. Perde la sua connotazione acida, precisa, pungente. L’acqua confonde gli odori, confonde i materiali, rendendo così i resti anneriti della Città della Scienza un unico pantano indistinguibile, un magma scuro come la pece. Il cielo, grigio, carico di pioggia, si confonde con lo scenario desolante, e ne è il perfetto sfondo. Su questo palcoscenico di colori scuri, lo stacco visivo provocato dalle tute bianche dei poliziotti della scientifica è impressionante. Lì dove un tempo alambicchi colorati facevano divertire i bimbi, non v’è più nulla di allegro. Vi sono forse tracce, poche, impercettibili all’occhio umano, che ci diranno qualcosa di più sul perché di tutto questo. Ironicamente, l’ultimo atto della pluriennale esistenza della Città della Scienza verrà compiuto dalla polizia, per l’appunto, scientifica.

Era forse destino. Del resto, un luogo di divulgazione scientifica, così come vi è in ogni città importante d’Europa, un luogo dove imparare divertendosi, era in contrasto con Napoli. Quasi un corpo estraneo. Siamo nella città della scaramanzia, della religione cattolica di rito pagano, dei quartieri chiamati Miracoli, della devozione più ostinata a San Gennaro. Dove si attende tutto un anno per il prodigio del sangue che si scioglie. Si dice che se questo miracolo avviene, la città sarà protetta dai mali. Che tutto andrà bene. Che le cose miglioreranno. E quando anche il protettore della città dovesse fallire, per le strade del centro storico ci si imbatterà in altarini all’altro santo protettore, Maradona. Un suo capello è custodito dietro una teca di vetro. Una reliquia di stampo para-cristologico.

Può veramente esserci una “città della scienza” qui, a Napoli? Dove perfino i medici, come Giuseppe Moscati, sono venerati come santi, e ricoperti di ex-voto d’argento, ancora tutt’oggi? E’ forse questo il bello di Partenope. Città dai mille contrasti. La città della scaramanzia, dove sono nati grandi menti scientifiche, e dove oggi centri d’eccellenza (il CNR, il CEINGE del Policlinico, il Centro di Biotecnologie dell’ospedale Cardarelli, la facoltà di ingegneria con le sue mille specializzazioni, la facoltà di fisica, e potrei continuare) vivono una vita parallela, nella città eppure slegata da essa. In ombra. Quasi “protetti” dal folklore che da sempre la città richiama alla mente, che però così oscura una parte della città stessa, quella più vicina ad un concetto standardizzato, e forse ormai da rivedere, di modernità di stampo occidentale. Città della Scienza era solo un altro di questi splendidi contrasti tra la tradizione, il credo, il culto popolare, ed il resto del mondo. Sorgeva nel cuore di un altro enorme contrasto, di quella Bagnoli che con il suo Italsider era un tempo cuore industriale di un sud da sempre povero d’industrie, ed ora enorme vuoto urbano in attesa quasi trentennale di un’occasione di riscatto.

Città della Scienza era l’avamposto di speranze di rinascita di quella parte di città. La sua apertura fu contemporanea ad un momento di speranze, però, per la città intera. Erano gli inizi degli anni ’90. Un’altra era, un’altra primavera, che, forse, non tornerà più.

Chiunque abbia incendiato, per qualsivoglia motivo, Città della Scienza, non ha solo ucciso un museo. Un museo diverso da tutti i musei italiani: polverosi, tutti simili, pieni di “cose vecchie”, che annoiano i bambini. Così invidiatici dai turisti europei e non, mentre magari noi invidiamo un po’ della loro modernità, quasi oppressi da un passato che ci ha regalato tante bellezze, di cui siamo incapaci di prenderci cura oggi, nel presente. Dicevamo. Chi ha incendiato Città della Scienza ha ucciso un luogo di gioia, visitato ogni anno da oltre 350 mila persone, quasi tutte scolaresche. Un luogo dove era possibile imparare divertendosi, emancipandosi un momento dalle aule cadenti, dai libri di testo, dalle lezioni con i gessetti monocolore. Chi ha bruciato tutto questo ha distrutto anche qualcosa di, purtroppo, ben più grande. Ha ucciso ogni possibilità di rilancio di Bagnoli. Ha ucciso una prospettiva. Portata avanti con fatica, con pochi soldi, ma che c’era. E’ tutto lì, in buona parte ancora su carta. Il parco urbano, la spiaggia, il porto turistico, l’acciaieria riconvertita in palazzetto della musica, le nuove aule per l’università, i Napoli Studios per girare film e sceneggiati tv, i palazzi con abitazioni ecosostenibili. E’ tutto progettato, definito. Servono solo i soldi. I pochi arrivati, sono serviti ad ampliare, negli anni, la Città della Scienza, affiancata dall’acquario tematico per le tartarughe marine, propaggine dell’acquario in Villa Comunale, altro luogo di scienza e di ricerca, poco conosciuto e frequentato. E poi, lo splendido parco dello sport, edificato nella spettacolare cornice fornita dalle pendici della collina di Posillipo, e il pontile, che per quasi un kilometro si perde nel mare, come se fosse l’oceano californiano. Infine, la Porta del Parco su via Diocleziano, centro benessere avveniristico, che sembra un’astronave atterrata lì un po’ per caso. Ebbene, Porta del Parco, centro sportivo e Acquario tematico sono le sole opere completate, ma chiuse. Ferme. In attesa di soldi. E di carte, autorizzazioni, collaudi, verifiche. Opere portate avanti dalla precedente giunta regionale, e abbandonate dall’attuale, in nome dell’austerità che uccide le prospettive di rinascita dei luoghi, dei territori e della gente che vi abita. Così, Bagnoli resta sospesa. Con vuoti enormi ancora da colmare, opere da aprire, altre da costruire, e altre ancora da immaginare. Ora, chi negli anni l’ha abbandonata, l’ha usata come un enorme spot elettorale o come arma di critica politica, se ne riempie la bocca, e ne promette rinascite, ricostruzioni. Con valanghe di soldi. Quei soldi che però non c’erano neanche per pagare gli stipendi dei lavoratori, che da mesi garantivano il sorriso ai 350 mila bambini l’anno gratuitamente.

Scusatemi, ma io non ci credo. Non ci credo che si ricostruirà tutto, più bello di prima. Si è perso lo spirito che ha portato a quella piccola meravigliosa contraddizione che era la Città della Scienza. Si è perso tempo prezioso nel trasformare il trauma di una gigantesca dismissione industriale in un volano per l’economia cittadina. Si è persa la fiducia dei cittadini, e con essa una classe politica in grado di portare avanti un discorso del genere. Ora, con questa classe dirigente, anche se domattina dovessero arrivare vagonate di denari, non credo si possano fare miracoli. Perché manca lo spirito, la proiezione nel futuro, una visione di una città da qui a vent’anni, non da qui alla prossima tornata elettorale.

Io non ci credo, o forse non ci voglio credere. Così il mio stupore sarà ancora più grande se il miracolo della ricostruzione, e della realizzazione della “nuova Bagnoli”, avverrà. Ancora una volta, anche in me, che sono un napoletano con tutte le contraddizioni del caso, irrazionalità e scientificità si fondano. E si accende una speranza. E’ flebile, e rischia di essere soffocata ogni volta che sento un’intervista di un politico locale, con i loro proclami altisonanti. Ma è meglio di niente. E’ il capello di Maradona che resiste nei tempi. E’ il sangue di San Gennaro che si scioglie. E’ un ex-voto d’argento per la protezione di un medico, uomo di scienza, fatto santo. O forse non è nulla di tutto ciò. Non importa. Basta che questa flebile speranza non sia altra cenere alla cenere, altra polvere alla polvere.

Post scriptum

Con questo intervento, inauguro una nuova sezione del blog, dedicata interamente a Napoli. Uno sguardo localistico, una voce critica, e libera, in più. Perché i tempi sono oscuri, e da buon razionalista, credo che solo la riflessione, il confronto, la discussione ci potranno salvare. Grazie a tutti, di cuore, per il Vostro appoggio, e per la Vostra stima. Vi aspetto sempre più numerosi.

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Ho sbagliato, e chiedo scusa.

Quando una persona sbaglia, è giusto che chieda scusa. E’ segno, credo, di maturità, comprendere i propri errori, fare ammenda, e cercare di imparare da questi.

Comincio quindi questo post nel chiedere scusa ai miei concittadini. Io mi sento, seppur in minima parte, responsabile di quanto avvenuto lo scorso weekend elettorale.

In primis, riconosco il mio errore commesso alle primarie. Ho votato Bersani. Me ne pento, amaramente. Si era profilata drammaticamente come una scelta sbagliata già negli ultimi giorni di campagna elettorale. Ma quando è arrivata la terribile conferma dei numeri, sono letteralmente impietrito. Come un automa, davanti al pc, ho premuto “aggiorna” non so quante centinaia di volte, senza che nulla cambi. Senza che una cifra si spostasse, diventando meno drammatica. Senza, inoltre, leggere una dichiarazione politica degna di tal nome. Ci sono volute 24 ore per udire delle parole del leader della coalizione da me votata.

Ho sbagliato. Ho votato la persona per me più preparata e competente. Domenica come alle primarie. Ma non è bastato. La vittoria di Bersani come premier ha portato poi Berlusconi (e probabilmente, Monti) a candidarsi, pensando di potercela fare contro un leader del centrosinistra da loro considerato battibile. Almeno il primo, aveva ragione.

Perché aveva ragione? Semplice. Come da anni a questa parte, abbiamo affrontato il re della comunicazione con uno staff e un apparato comunicativo inadeguato (vergognosi i vari spot e i manifesti, con sfondo grigio come il candidato), e con un leader che ricorda un buon padre di famiglia, ma certo non stimola né i sogni, né i bassi istinti della popolazione. In grigiore, solo Monti ci ha battuto. Siamo quindi andati alla campagna elettorale, momento della comunicazione per eccellenza, con il leader meno comunicativo su piazza. Se a questo si aggiunge che si è affiancato al re dei piazzisti tv anche il sovrano dei piazzisti web, il gioco è fatto. Su web e tv eravamo largamente perdenti. Ci restavano solo i manifesti (di cui abbiamo detto) e le piazze, con cui ovviamente si fa poco.

Mi sento colpevole perché ho votato come un sessantenne. Avrei dovuto votare un mio simile, dalla parlantina svelta ma dai contenuti certamente meno solidi rispetto ad un uomo di maggiore esperienza. Avrei dovuto votar Renzi perché egli rappresentava il primo leader post-ideologico prodotto dalla sinistra italiana, come del resto io sono un ragazzo cresciuto in un’era post-ideologica. Ho quindi votato per un leader, ed un partito, non in linea con la mia educazione. Nanni Moretti nel 2002 urlava in piazza a Roma: “Con questi leader non vinceremo mai”. Non sbagliava. Ma attenzione: non sbagliava non perché la classe dirigente del PD è composta da uomini brutti e cattivi, o disonesti. No. E’ solo composta da personaggi anacronistici. La riprova è nei movimenti di queste ore. Checché ne dica Repubblica, si vocifera che alti dirigenti caldeggino lo scendere a patti con il PDL. Qualcuno spieghi a questi signori che la Prima Repubblica è finita vent’anni fa.

 Anche Berlusconi non è post-ideologico. Ha impostato tutte, dico tutte, le sue campagne elettorali sul pericolo comunista. Lui si presenta dal 1994 come l’alfiere di una libertà che ha qualcosa di reaganiano, di anni ’80, di benessere e di una spensieratezza detassata, contrapposta all’impero del male, illiberale, e fra l’altro avido di soldi dei cittadini. Il suo dire di opporsi ad un’ideologia lo rende ideologico a sua volta, semplicemente per converso. Chiedo scusa ai miei concittadini anche su questo punto: speravo che in Italia ci fosse più gente con la memoria lunga, o con un’integrità morale sufficiente per non votarlo di nuovo, perlomeno non con queste percentuali. Perdonatemi. Ho sottovalutato la capacità degli italiani di farsi del male.

Dicevamo sull’ideologia. Se Renzi è il primo leader post-ideologico di un partito che ha le sue radici in due grandi ideologie (la socialdemocrazia e il cattolicesimo sociale), Grillo, invece, è indubbiamente il primo leader del primo movimento post-ideologico. La sua base elettorale è mista. Anziani, giovani, giovanissimi, quarantenni, sessantenni ex-sessantottini, monarchici meridionalisti, Celentano, no-TAV, Dario Fo. Insomma, chiunque. E’ trasversale, sfugge ad ogni classificazione. Così come lo sono i tempi in cui viviamo. Siamo usciti, più di vent’anni fa, da un’epoca in cui il mondo era facilmente intellegibile. Due blocchi: buoni o cattivi, le terze vie erano soffocate. Poi, il caos geopolitico, che ci domina tutt’ora. Nuove potenze emergono, che non sono incasellabili in una o in un’altra posizione. Il MoVimento 5 Stelle è lo specchio di questi tempi. Fare i conti con loro non sarà facile. Il mondo nuovo non vuole mai scendere a patti con quello vecchio, perché la distruzione del vecchio è la sola cosa che legittima l’avanzare del nuovo. Altrimenti, che novità rappresenterebbe?

Con questo non voglio dire che non si troveranno delle convergenze, su singoli atti, in parlamento. Certo è che nel semestre bianco il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere. Quindi, di elezioni anticipate a brevissimo non se ne parla. Se sarà questa la strada, dovrà farlo il prossimo Presidente. Eleggerlo sarà tutt’altro che facile. Una cosa però si può già dire. Il centrosinistra, magari coadiuvato da Monti, ha i numeri per eleggere un “suo” uomo, come Prodi, ad esempio. La natura cauta (uso un eufemismo) dell’establishment del PD porterà ad inevitabili quanto estenuanti mediazioni con il PDL, all’insegna della responsabilità, con la spada di Damocle del Paese che sta attraversando una difficile congiuntura economica, e che quindi va governato con senno, con rettitudine, etc.

Io dico: NO. Non più. Abbiamo già dato.

All’insegna della responsabilità, del trovare convergenze, del parlare a tutte le forze del Parlamento, abbiamo negli anni evitato di andare allo scontro frontale con una parte del Paese, che andava capito, rassicurato, “ricondotto all’ovile”. Ci siamo permessi di metterci su un piedistallo morale, intellettuale, sociale. Abbiamo così barattato una legge sul conflitto d’interessi (con D’Alema nel 1997) con una bicamerale. Abbiamo evitato (con Prodi nel 2006) di riformare la pessima legge elettorale, che è il principale motivo per il quale stamani l’Italia si è svegliata senza un governo stabile. Abbiamo evitato (nel 2011) di andare subito al voto perché l’Italia era sull’orlo della paralisi, buttando così alle ortiche una facile vittoria e la liquidazione del berlusconismo. Abbiamo appoggiato (per tutto il 2012) il governo Monti, fedelmente, anche quando indifendibile (vedasi riforma del lavoro, con la vergogna, ancora insoluta, degli esodati, tanto per dirne una).

Si è sempre detto in questi mesi che Monti era la cura, l’unica soluzione. Ebbene, al di là del chiacchiericcio, il malato è tutt’altro che guarito, e non sta (se non impercettibilmente) meglio. La linea del sobbarcarci sempre tutto per senso di responsabilità non ha pagato. Ne hanno goduto solo i populismi. E’ ora quindi di avere una parola chiara, unica, inequivocabile, quella che manca da anni in questa sinistra. NO. Bisogna saperlo dire. Anche ieri, martedì pomeriggio, sentendo la vergognosa conferenza stampa di Bersani, non è apparsa una linea definita sul da farsi, cosa che invece è apparsa subito, lunedì sera, nelle parole di Vendola. Il governo “contro natura” PD-PDL è da evitare assolutamente. Si approvi una nuova legge elettorale, si elegga un nuovo Presidente (congedando in anticipo Napolitano) e si voti di nuovo. Se sarà Berlusconi a vincere, ebbene, se lo sarà meritato. Ma il Paese ha bisogno di un governo stabile. Di quale colore, è paradossalmente (vista l’attuale kafkiana situazione) relativo.

Ma come andare ad elezioni? Con quale leader? Il destino di Bersani, mi spiace dirlo, è segnato. Terrà in mano qualche mese, ma poi cederà il passo come segretario. Era già intenzionato a farlo perché si vedeva a Palazzo Chigi. Ora dovrà invece accontentarsi di tornare a Bettola. Una cosa è certa. Non potrà essere lui a portare il centrosinistra ad elezioni, nonostante le farneticanti dichiarazioni di oggi di un’altra mente che si considera superiore, il pessimo Enrico Letta. Toccherà a Renzi? Temo una cosa: che sia presto. Il suo turno, e qui ritorno alle scuse, era per queste elezioni. Rischiare di bruciarlo fra sei mesi non so quanto possa risultare utile. E’ questo forse il nodo più intricato della questione. Ovviamente, al netto delle primarie. Che si facciano o no, è assolutamente irrilevante. Non credo che nessun leader attuale del PD abbia la forza per contrastarlo.

Ci avviamo alla chiusura. Qualche considerazione volante. Una buona notizia c’è: resta fuori dal Parlamento Ingroia con Di Pietro, polverizzando così la iattura dei magistrati in politica. Vergognosa la sua accusa al PD che sarebbe stato, a suo dire, la causa dell’elezione persa da Rivoluzione Civile. Il magistrato ha poi accusato la stampa, definita parziale e oscurantista. Evidentemente, le sedute da Santoro non sono conteggiate come stampa… Da notare come le motivazioni addotte da Ingroia ricordino quelle di Berlusconi: è colpa della sinistra, della stampa, sempre degli altri. Pericolose assonanze fra populisti, che solo in apparenza sono differenti. Al magistrato evidentemente manca il senso di autocritica, come del resto questo è completamente assente, da sempre, nel Cavaliere. Senso di autocritica che invece sembra non mancare al sindaco De Magistris, vero deus ex machina di questo harakiri elettorale. Ha definito chiuso l’esperimento Rivoluzione Civile. Spero che questa affermazione sia poi seguita da azioni, quali il cominciare ad occuparsi (così, tanto per fare) della città che lo ha eletto. Utili suggerimenti li troverà da chi, nel 1993, prese in mano un Comune non sull’orlo del dissesto, ma in dissesto: l’odiato Antonio Bassolino, che oggi ha rilasciato una splendida, quanto lucidissima, intervista al Corriere del Mezzogiorno. Si ha solo da imparare dalla gestione della città di Napoli fra il 1993 ed il 2001, e questa è una verità storica che si sta re-imponendo pian piano agli osservatori della politica, di qualunque colore.

Una notazione sul progetto del centro di Monti. Dopo il Terzo Polo (UDC+FLI+API), è questo il secondo esperimento politico guidato apertamente, o dietro le quinte come in questo caso, da Casini che puntualmente naufraga. I centristi speravano di essere l’ago della bilancia del futuro governo, così da condizionarne le scelte – in continuità con una certa idea democristiana della politica. Invece, si ritrovano nell’irrilevanza più totale. Questo segna il fallimento del progetto di Todi, ossia l’idea di ricostruire una casa comune per tutti i moderati d’Italia, ricostruendo de facto la DC. Ma dove è finito, quindi, l’elettorato cattolico italiano? Si è spalmato in maniera disomogenea su tutti i partiti esistenti? O forse, come la maggior parte degli analisti reputa, l’elettorato cattolico si ritrova ancora sotto l’ombrello berlusconiano? Ciò, alla luce dei tanti scandali, dovrebbe però indurre la Chiesa e le sue strutture, a partire dal volontariato di stampo religioso, a porsi delle serie domande su che cosa voglia dire essere cattolici, oggi, in Italia.

L’ultima considerazione è sulla stampa. In Francia, un minuto (si, avete letto bene: un minuto) dopo la chiusura dei seggi alle ultime presidenziali in maggio 2012, gli exit-poll davano per vincente l’attuale presidente Hollande. Dopo ore, il risultato è rimasto invariato, con le stesse percentuali. Ora, assodata l’eccezionale volatilità e liquidità dei dati di questa tornata elettorale, che ha visto tanti nuovi attori sulla scena politica (Monti, Grillo, Ingroia, Giannino), risulta incredibile come nessuna, e sottolineo nessuna, percentuale sul prima sia stata indovinata. Clamoroso poi il caso instant-poll, che sono stati sbugiardati tempo un’ora. I casi sono due, e non necessariamente si escludono: o gli italiani intervistati dicono balle agli intervistatori che raccolgono i dati (e non ci sarebbe da meravigliarsi: un secondo dopo la chiusura delle urne, trovare anche un solo berlusconiano è impossibile), o in Italia non si sa fare della seria statistica.

Concludo, davvero. Ci sarebbero tante analisi da fare sui flussi e le percentuali di voti che hanno contraddistinto queste elezioni, che tanto ci possono dire su dove l’Italia stia andando. Ma non è questa la sede. Voglio solo rinnovare le mie scuse alla mia generazione. Ho preferito restare, qualche mese fa, a casa con una figura paterna come può essere quella di Bersani, a farmi raccontare come era il mondo quando un muro ancora lo divideva, pensando che imparare dal passato fosse sufficiente per affrontare il futuro.

Avrei potuto invece scegliere di uscire con gli amici, con i miei coetanei, imparando così meno cose sul passato, ma divertendomi liberando la mente, immaginando il futuro, sognando a occhi aperti, dietro slogan facili, ma detti con l’entusiasmo e l’energia che ha solo chi sa di avere davanti a sé il tempo biologico per poter realizzare un domani diverso.

Forse, se avessi scelto di uscire con gli amici, e come me tanti altri, non sarebbe cambiato nulla comunque.

Ma almeno sarei in pace con me stesso, e con la mia generazione.

Scusate se è poco.

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Buon voto

Da poche ore è finalmente calato il silenzio su una delle più brutte campagne elettorali dell’era del bipolarismo. Un numero imprecisato di candidati premier (presentati alle volte come semplici portavoce, o futuri ministri dell’economia) si son dati battaglia non dicendo, praticamente, nulla. E’ un’amara constatazione, ma la propaganda è stata monopolizzata da botte e risposte, precisazioni, ripicche verbali fra i vari leader. Anche questa volta, il mattatore è risultato essere Silvio Berlusconi, definito da tutti un’eccezionale animale da campagna elettorale. Nota: forse è più semplice fare il mattatore televisivo quando sai di non aver nulla da perdere. Comunque sia, tutti i candidati hanno dovuto rincorrere le sue strampalate proposte, fra cui la ormai celeberrima restituzione dell’IMU. Nell’ultima settimana, però, dopo un calo di consensi registrato a Gennaio, è ricomparso Grillo, con le sue piazze straripanti, come obiettivamente poche volte si sono viste. L’esito del voto è così incerto. Da una vittoria a mani basse della “gioiosa macchina da guerra 2.0”, si è passati ad uno scenario in cui si spera di poter agguantare un’autosufficienza risicata contando sull’apporto di Monti al Senato. Ipotesi che, numeri alla mano, rischia di non concretizzarsi.

Un brutto guaio per il Paese. Le scorie del berlusconismo hanno ancora una volta infettato il corpo della nazione, facendo in modo di votare con una legge antimoderna, antistorica, antidemocratica. Lo scherzetto preparato dalla Lega Nord, da Fini e Casini (ora vergini immacolate sull’altare della responsabilità nazionale) e dal PDL nel 2005, dopo otto anni pretende ancora il suo tributo di sangue. E lo avrà, non v’è dubbio, consegnando il Paese ad un’altra stagione di incertezza.

Da questa campagna elettorale emerge però, a mio avviso, qualche altro dato da sottolineare. Non v’è stato comizio in cui non ci sia scagliati contro l’inadeguatezza della classe politica – ovviamente di parte avversa. Più che giusto e condivisibile. Del resto, i risultati sono sotti gli occhi di tutti. Ovviamente fare di tutta un’erba un fascio, che è poi lo sport preferito di Grillo e Ingroia, è un insulto all’intelligenza. Ma si sa, l’italiano è incline alle semplificazioni.

Prima però di scagliare la prima pietra contro i politici, andrebbe fatta un’analisi a più ampio raggio. Questa vergognosa campagna elettorale è stata anche il prodotto di una pessima stampa. Fa bene Grillo a lasciare fuori i giornalisti italiani dai suoi comizi. Da molte parti è stato tacciato d’essere antidemocratico. Ora, non credo sia questo il punto. Credo che invece si debba alzare la voce contro una stampa asservita, succube del potere politico, di qualunque colore fosse. Gli ultimi spazi di semilibertà e indipendenza (alias, il Corriere) sono stati militarizzati dalla discesa in campo della “lista dei giusti” di Monti, tutti gli esuli neoliberisti di Berlusconi pronti a risolvere una crisi neoliberista adottando ricette… neoliberiste. Anche per loro, i dati parlano da soli. Sarebbe però bello leggerli, questi dati. Leggere i campanelli d’allarme. Leggere di come altri stati, in un’Europa che dovrebbe essere unita, stanno affrontando problemi simili ai nostri. Ma questi vent’anni hanno segnato anche l’informazione in Italia, unico Paese al mondo dove tre televisioni e decine fra giornali e riviste fanno capo ad un unico padrone. La polarizzazione ha inevitabilmente contagiato le testate che non facevano parte dell’universo berlusconiano. Risultato: anche se dietro ad una testata non vi è direttamente un partito, gli orientamenti politici della redazione fanno il resto. Perfino ad un elettore ben convinto come me da ormai fastidio aprire un giornale e leggere commenti sprezzanti di chiara matrice politica. Qualche anno fa, sulla scia di ottimi prodotti come Report, si disse che il giornalismo sarebbe stato salvato dai partiti e dalla concorrenza di internet solo ritornando alle origini, ossia alle inchieste su temi scottanti. Ma anche questo modo nobile, puro, di fare il proprio mestiere è in breve diventata un’arma impropria, usata fra l’altro da chiunque. Ed è quindi fastidioso, ed altamente offensivo, vedere assaliti i politici di turno, o gli uomini del momento, da giornalisti insistenti, scostumati, nella sola attesa di ricevere quel che una persona normale farebbe se aggredita: respingerli con forza, violenza. Così poi da poter urlare ai quattro venti la “antidemocraticità” del personaggio intervistato. Mi si dirà che chi ricopre cariche pubbliche deve rispondere di quel che fa. Certamente che deve. Ma non sempre e comunque al primo venuto. Ci sono tempi, e modi, per avere interviste. Non vi è giornalista che si può sostituire al lavoro di un giudice.

Giudici e giornalisti. Cosa vi ricorda?

Sbaglia chi dice che in questi anni Grillo non si è servito della tv. In un Paese con un basso accesso ad internet, e con una popolazione mediamente anziana, in un paese dove un sessantenne ha difficoltà a mandare un sms, davvero credete che Grillo sarebbe diventato un fenomeno in grado di portare quasi un milione di persone in piazza? I talk-show in questo hanno un enorme potere, e pesanti colpe. Decine di personaggi sono usciti dall’ombra e diventati “qualcuno” grazie al potere delle tv. Basti ricordare il capo di un piccolo sindacato di destra, l’UGL, invitata decine di volte a Ballarò: la Polverini. Oppure l’attuale governatore del Piemonte, quel Cota il cui grigiore veniva colorato dal fondotinta del trucco di salotti come Porta a Porta. Infine, Grillo, i cui successi sono stati seguiti minuto per minuto dalla più efficiente macchina propagandistica d’Italia, Anno Zero di Santoro, sin dai tempi dei Vaffa Day. Non v’è stata puntata del programma (che, giova ricordarlo, era fra i più seguiti della televisione italiana) in cui non venisse propinato uno spezzone di un comizio di Grillo. Non è un caso che il più famoso giornalista italiano, Marco Travaglio, che ha goduto dell’incredibile occasione di avere un suo spazio televisivo settimanale negli ultimi 5-6 anni, è ora un fervente sostenitore del MoVimento 5 Stelle. Ditemi ora, che credibilità ha un giornalista apertamente schierato per un partito. Ben poca, si sarà detto Berlusconi, che difatti ha sfruttato queste contraddizioni per lanciare la sua inizialmente grigia e confusa campagna elettorale. La crescita del PDL è iniziata, semplicemente, pulendo una sedia.

L’informazione è quindi schiava, il più delle volte, del potere, legata ancora al cordone ombelicale degli aiuti statali. Se questi venissero cancellati, probabilmente domani testate come Libero o l’Unità scomparirebbero dal panorama italiano, insieme a tante altre testate minori. Ma davvero se ne sentirebbe la mancanza?

Allo stesso tempo, l’informazione ha anche un potere enorme, come dimostrato nel caso dei talk show, che hanno contribuito a formare l’ultimo puledro di razza della scuderia populista, Ingroia, il quale ha ovviamente goduto di un solido battage pubblicitario made in Santoro. La discesa in campo dell’ennesimo magistrato in politica mette in cattiva luce, inevitabilmente, quanto da lui fatto fino a qualche mese fa. Le sue inchieste, il suo stucchevole scontro con Napolitano, appaiono tutto ad un tratto sotto un altro colore. Inoltre, pone un dubbio sul problema della magistratura, vero ed unico potere dello stato non controllato da nessuno, se non da… gli stessi magistrati. Appare quindi un copione triste quello che vede comparire, a sette giorni dal voto, titoli di giornale riportanti inchieste su tangenti in Finmeccanica collegate alla Lega Nord. Non volendo esprimere ovviamente giudizi di alcun tipo sulla veridicità di quanto riportato, è però quantomeno sospetto il timing. Siamo convinti che la magistratura sia tutta composta da persone indipendenti moralmente? Non è che forse questi magistrati, spesso mitizzati all’inverosimile dalla luce accecante di fulgidi esempi di rettitudine barbaramente uccisi, sono semplicemente uomini, con le loro pulsioni, passioni, idee politiche? Però a questo punto si pone forte il problema di chi può essere portato ad usare il successo personale derivante da indagini particolarmente scottanti per il proprio tornaconto. A farne le spese, inutile dirlo, sono i cittadini, la cui vita può essere distrutta da un atto giudiziario, che magari li troverà, anni dopo, innocenti, senza che chi abbia sbagliato poi paghi.

Queste ombre si porta addosso anche il sopra citato Antonio Ingroia, il quale non ha avuto neanche l’attenzione di dimettersi, ma solo di chiedere l’aspettativa. Incassato (si spera) un deludente risultato elettorale, ritornerà probabilmente ad essere un arbitro, almeno sulla carta, imparziale. Con quale faccia, ancora non si sa.

Ingroia ci ricollega all’ultima categoria, dopo giornalisti e magistrati, che gioca simpaticamente all’irresponsabilità. Questa categoria è la più trasversale e difficilmente identificabile. In questa sede non mi interessa assolutamente trattare di chi, per scelta, voterà un qualunque partito di destra. Le ultime righe sono dedicate alla media-alta borghesia, magari con vocazioni (o velleità) artistiche, che si rifugia nel voto ideologico “duro e puro” collocato sempre e comunque all’estrema sinistra di un qualcosa. E’ questo, a mio avviso, non un voto di convinzione, ma di moda. Un tempo andava Bertinotti, poi Diliberto, poi Vendola, infine Ingroia. Questi partiti diventano i collettori di ogni tipo di idealismo, di quelli più giovanili o di quelli più stantii. E’ questa una specie di sindrome di Peter Pan. La costante vocazione all’opposizione, che è di per se, almeno in questo Paese eternamente democristiano, una vocazione all’irresponsabilità. Sono sotto gli occhi dei napoletani i guasti che una cultura, nata come pars destruens, porta quando si arriva alla pars construens, se questa non è coadiuvata da chi, sempre da sinistra, pratica da tempo attività di governo. I social network sono quindi pieni da giovani radical chic, come di anziani arrabbiati nostalgici del ’68 o simili, che sbraitano contro il grigiore del PD, inneggiando a Rivoluzioni Civili, una definizione per la quale un qualsiasi linguista inorridirebbe. La sinistra italiana non diverrà mai maggioritaria in un paese storicamente moderato di destra se non uscirà da questa sua condizione di infantilismo, se non getterà la famosa coperta di Linus al vento e si prenderà gli oneri del governare, del fare scelte difficili, del lasciare da parte gli idealismi immaginari di ogni tipo. Governare è scegliere, diceva qualcuno. Se non si vuole scegliere, allora non si è pronti per governare.

Si è detto tante volte che l’Italia era, è, o forse sarà, sull’orlo di un baratro.

Ma alla luce di quanto scritto prima, siamo proprio sicuri che la nostra situazione non sia come quella raccontata all’inizio di un film francese del 1995, L’Odio?

Si ricorderà che la storiella narrata all’inizio diceva così:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Buon voto. Siate saggi. Siate responsabili. Lasciate le coperte di Linus a casa, e mettetevi un bel cappotto, perché fuori fa molto più freddo di quanto sembri.

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La linea di successione

La politica può essere sentimento, e non solo risentimento.

In queste poche parole di Nichi Vendola, forse, si condensa al meglio l’esperienza di queste primarie 2012 del centrosinistra.

Al di là dei risultati (è ancora presto, c’è un secondo turno abbastanza aperto da disputare), l’enorme partecipazione di popolo sottoscrive la frase iniziale.

Nel vedere “il sentimento” nelle code ai seggi, dove perfino Renzi ha dovuto fare più di due ore di fila, appare chiaro come siamo lontani anni luce dalla rabbia schiumata berlusconiana, delle sue squallide figure (amazzoni, fedelissimi, portavoce robotizzati) che lo circondando, o dal suo elettorato, spesso tronfio nella sua ignoranza, ignoranza anche delle più basilari regole democratiche.

La stessa ignoranza che si ravvisa nel “bassoventrismo” grillino, un movimento dalle idee confuse, che mira ancora una volta a raccogliere voti grazie ad una dialettica populistica, la stessa dialettica che ci ha funestato negli ultimi vent’anni, per non parlare di ben altri ventenni.

Aspettando il Centro, “eterna promessa” dai tempi della scomparsa della DC, una politica italiana ancora “immatura”, ancora intossicata dalle scorie berlusconiane (di cui grillo è sicuramente la maggiore), ci presenta un quadro chiaro, almeno da una certa prospettiva. C’è un solo grande partito degno di questo nome oggi in Italia, l’unico che, nonostante scandali, qualunquismi e imprecazioni, resiste. Resiste nelle sue strutture, resiste nel suo popolo, resiste nelle sue diversità. Anzi, è forse meglio dire: esiste.

Questo è il Partito Democratico.

Anche SEL, purtroppo, dimostra ancora una volta di essere leader-dipendente. Il risultato di Vendola, addirittura al di sotto delle aspettative, dimostra come il partito in sé non abbia più di tanto attrattiva, visto che non si intravedono seconde file dopo il líder máximo pugliese.

E’ proprio questa, invece, la forza del PD. Il messaggio innovatore, sfrontato, irriverente di Matteo Renzi, al di là di sollevare una (giusta) questione generazionale, che piaccia o no, fa intravedere una verità più grande.

La continuità. Non necessariamente di idee, ma di leader.

Il PD, accusato di immobilismo, di essere in mano ad un manipolo vegliardi, ha prodotto invece il golden boy della politica italiana.

Come un vivaio di una moderna squadra di calcio, il talento di turno è stato prodotto in casa. Che poi l’allenatore lo osteggi, preferendogli (per ora) giocatori più navigati, è, paradossalmente, quasi irrilevante.

Che Renzi vinca o no le primarie, il suo turno arriverà. E’ una questione puramente biologica.

Oggi il sindaco di Firenze ha 37 anni. Nel 2018 ne avrà 42. Scommetto che, anche per l’epoca, sarà forse il candidato premier più giovane dell’intero mondo occidentale.

Starà al partito, e probabilmente a chi lo guiderà alle politiche del 2013, ossia Bersani, sfruttare con intelligenza questa enorme risorsa che ci si è ritrovati fra le mani. Dico ritrovati perché il PD (parlo per esperienza personale) è stato spesso incapace di coltivare adeguatamente il suo settore giovanile.

Se tutto andrà per il verso giusto, e se la sinistra metterà da parte (finalmente) il suo terribile istinto all’autolesionismo, il futuro appare (quasi) roseo, legge elettorale permettendo.

Forse, per la prima volta nella storia della sinistra italiana, si può già tracciare un’ipotetica “linea di successione”.

Chiudo infine con un invito, a chiunque mi legga e che sia di destra.

Il futuro della destra italiana passa per una ed una sola via: sbarazzarsi di Berlusconi.

L’ha capito Alfano, l’ha capito Galan, lo capisce a giorni alterni Maroni, e sopratutto l’hanno capito gli ex-AN,  fra cui Giorgia Meloni, ex ministro alla Gioventù, che con grande spirito propositivo nel pomeriggio di domenica si è recata in una storica sezione del PD nel cuore di Roma, per osservare come si svolgono le primarie di un partito vero. Un’immagine che ha fatto, e spero farà, bene alla politica italiana.

Lei, come spero tanti altri, è sicuramente stanca di un partito finto, di cartapesta, una moderna caserma dove tutti si mettono sull’attenti quando parla il Padre Padrone.

E’ ora di finirla. Siate veramente liberali come dite di essere, e ribellatevi.

Primarie subito anche a destra.

Per un’Italia migliore.

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Baby, don’t be choosy

Il governo Monti è un governo di tecnici, non di politici. O meglio, non di politici a tutto tondo.

E’ bene tenerlo sempre presente.

Da questa differente natura, nascono delle incomprensioni comunicative fra il Paese e chi ora lo guida. L’ultima incomprensione in ordine di tempo è ad opera del ministro del Lavoro Elsa Fornero, la quale ha invitato i giovani a non essere troppo “choosy”, vale a dire troppo selettivi nella scelta del primo lavoro.

A onor del vero, a sentire la dichiarazione per intero, si evince come la Fornero invitasse i giovani ad entrare il prima possibile nel mercato del lavoro, essendo lei ben conscia, da brava docente di Economia, che le prospettive occupazionali cambiano radicalmente se si è all’interno o all’esterno del suddetto mercato.

Ebbene, credo sia un invito da sottoscrivere.

Del resto, chiunque si sia realmente misurato con un colloquio di lavoro, con la compilazione di un curriculum, o con l’invio di applications per sottoporre la propria candidatura per una qualsiasi mansione, ben conosce una grande verità: è il lavoro che chiama altro lavoro.

Fermo restando l’importanza di un percorso formativo di qualità (non importa che tu abbia studiato per diventare un medico o un elettricista), la parte, probabilmente, più difficile è il primo ingresso nel mercato del lavoro. A differenza di com’è stato presentato, quindi, l’invito del ministro non è alla rassegnazione, né all’accontentarsi. E’ alla gavetta. E’ all’iniziare da qualche parte, in qualche modo. Poi sarà grazie alla propria capacità e competenza se si riuscirà a “fare strada”.

E’ questo un concetto cardine dell’ideologia liberale, che costituisce il retroterra culturale all’azione dell’attuale governo, come dimostrano non solo i numerosi provvedimenti in materia economica degli ultimi mesi, ma anche le precedenti, e ormai celebri, dichiarazioni infelici rilasciate dal viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Michel Martone il 24 gennaio 2012 e dal Presidente del Consiglio Mario Monti pochi giorni dopo, il 2 febbraio.

Martone dichiarò: “Laurearsi a 28 anni è da sfigati, se invece decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo.” Mentre Monti definì il posto fisso “monotono”, invitando alla flessibilità. Se mettiamo in fila queste tre dichiarazioni, vediamo come, ad opinione del governo, la via da percorrere per riformare l’istruzione, l’avviamento al lavoro e quindi la società, sia una maggiore flessibilità, una maggiore intraprendenza, un percorso formativo rapido e “aggressivo”. Esattamente quello che avviene in certe economie dei paesi più industrializzati.

C’è però un grosso problema: questa impalcatura teorica, per funzionare adeguatamente, necessita di un Paese dove vige la concorrenza perfetta in un libero mercato, non viziato da corporazioni e interessi di sorta, non governato (a livello locale quanto centrale) da una classe politica spesso corrotta, o alla meglio inadeguata. Un Paese ricco di moderne infrastrutture, che permettano a uomini e merci di muoversi rapidamente ed efficientemente. Un Paese con un sistema d’istruzione completo, dove le università pubbliche non siano degli immensi parcheggi, e che sappiano valorizzare, tramite adeguate strutture e sovvenzioni, gli studenti più meritevoli. Un Paese dove gli istituti tecnici, molto importanti ma spesso bistrattati, non siano slegati dal tessuto industriale, cosicché non diventino, come purtroppo spesso sono (specialmente al meridione), luoghi di de-formazione, più che di formazione. Un Paese dove la classe imprenditoriale non si sia fatta tale con i soldi dello stato, costruendo cattedrali nel deserto (il caso FIAT o dell’alluminio in Sardegna su tutti) e non rischiando mai propri denari, risultando così a sua volta dipendente dalla politica e acritica verso essa. Un Paese non legato pervicacemente, in vaste sue zone, ad organizzazioni criminali ottimamente ramificate. Un Paese in cui vige la meritocrazia.

Infine, le dichiarazioni prima riprese richiederebbero un Paese con una storia completamente diversa: un Paese con una cultura dello Stato, della cosa pubblica, dei rapporti interpersonali omogenei, e non così diversi da regione a regione. Un Paese con una storia unitaria di lunga durata, o semplicemente un Paese non profondamente cattolico, ma protestante, calvinista, luterano, così come sono la Germania, la Danimarca, l’Olanda, la Gran Bretagna, e, ovviamente, gli Stati Uniti, dove vige l’idea di fondo dell’uomo artefice del proprio destino. Da noi, così come in Spagna, in Portogallo, in Grecia, in America Latina, l’uomo, in ultima istanza, non è padrone del proprio destino. Sembra una sciocchezza, un particolare di poco conto, ed invece non è così. Centocinquanta anni di storia lo testimoniano.

Nonostante ciò, credo che l’invito del ministro Fornero sia in ultima istanza sottoscrivibile. Credo che il prendere in mano il proprio futuro, anche a costo di attraversare momenti difficili e di insoddisfazione, sia spesso necessario per raggiungere un obiettivo lavorativo più distante. E’ un invito che rivolgo in primis a me stesso, che, giovane fra tantissimi giovani, mi ritrovo ad affacciarmi ora, per la prima volta, nel mondo del lavoro, avendo ormai concluso il mio percorso formativo.

Purtroppo, senza le condizioni sopra citate, quest’appello è mutilato. Risulta incompleto, come tante cose in questo Paese. Venendo meno le condizioni di base, non resta che la buona volontà, che già tanti miei coetanei, e tante famiglie, mettono nella propria quotidianità, facendo lavori sottopagati, umilianti, al nero. Per non parlare dei tantissimi che, laureati o no, emigrano, ormai in massa, come accadeva tante decadi fa.

In ultimo, pur comprendendo la natura non politica a tutto tondo degli uomini dell’attuale governo, è senza dubbio sconfortante leggere una tale mancanza di sensibilità in queste fredde, e quasi canzonatorie, dichiarazioni. Se è vero che non si finisce mai di imparare, forse un bel corso di public speaking potrebbe giovare non poco a ministri e sottosegretari vari. Anche perché si era cominciato in ben altro modo: chi mai dimenticherà le lacrime della Fornero? In neanche un anno, dalle lacrime siamo passati alle ramanzine.

Il Paese va certamente “educato” in certi suoi comportamenti, ma non è così che lo si rende recettivo a determinate istanze.

E’ quindi giunta l’ora, anche dal punto di vista comunicativo, che la buona Politica si riprenda il suo ruolo.

Sperando vi sia ancora.

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