Confindustria e la lobby che non c’è

Alla fine il tanto agognato giorno è arrivato. O meglio, è stato annunciato. La FIAT dal 2012 non farà più parte di Confindustria. Dopo qualche anno di avvicinamento strisciante, l’obiettivo è stato finalmente centrato. Le motivazioni però, sono poco chiare. Almeno in apparenza.

La FIAT lascia una Confindustria “politicizzata”. E come potrebbe essere il contrario? Le lobbies hanno da sempre fatto politica. Per anni, fra l’altro, la politica industriale e infrastrutturale del Paese è stata appiattita sui bisogni della FIAT, la maggiore industria italiana, che a sua volta dettava l’agenda a tutti gli altri industriali. C’era, all’epoca, un mutuo scambio: la fabbrica torinese serviva il Paese ed allo stesso tempo il Paese serviva la fabbrica. La “partecipazione politica” della FIAT allo sviluppo dell’Italia è andata avanti per decenni, fra momenti “alti” di condivisione di nobili obiettivi, e momenti più bassi di misere sovvenzioni mascherate da incentivi alla rottamazione. Fin quando il gioco durava, durava anche l’accettazione del contratto collettivo, e la partecipazione ad una certa idea di società occidentale, caratterizzata dalla certezza del posto del lavoro e dalla certezza del diritto, oltre al rispetto per i lavoratori e per l’indotto.

Il giochino, poi, si è rotto. Complice l’Europa con i suoi divieti a foraggiare aziende private, complice la crisi, un bel giorno il governo ha smesso (oserei dire giustamente) di ripianare, con pezze a colori, i bilanci perennemente in perdita della FIAT. Non poteva tardare l’emergere del vero aspetto di un’azienda che, ricordiamolo, è ovviamente di stampo capitalistico per definizione. Chiusura di stabilimenti, ridimensionamento di altri, demolizione dell’indotto, ed infine modifica del contratto. Ogni fabbrica diventa una storia a sé, un’isola, staccata dal resto dell’Italia ed avulsa dal tessuto industriale nostrano. Per consumare la rottura totale uscire da Confindustria è assolutamente necessario. E, come giustamente sottolinea oggi su “La Repubblica” Massimo Giannini, è probabilmente il primo passo per uscire dall’Italia. Nel nome della globalizzazione, e per stare “al passo coi tempi”.

Quali siano però, questi tempi, non si sa. I tempi della crisi, che manda a spasso migliaia di lavoratori? I tempi dell’economia di mercato sempre più “deregulata”, che produce mostri come le banche e le finanziarie, che sono all’origine di questa crisi? I tempi di una Cina, un’India, lontane anni luce dalle tradizioni giuridiche occidentali o di un’America da sempre segnata dall’ognuno per sé e Dio per tutti? Ciò che, a mio avviso, rende noi europei diversi dal resto del mondo, e noi italiani differenti a nostra volta da molti europei, è proprio un solido stato di diritto, dove i lavoratori, in anni di lotte, hanno conquistato dei diritti, delle certezze, che hanno consentito una società più stabile, e, di conseguenza, più ricca. Stabile non significa necessariamente immobile, e quindi morta. Questo Confindustria, di recente, pare averlo (ri)compreso. Si è seduta al tavolo con i sindacati, e le parti sociali, insieme, si sono ribadite l’importanza delle regole, delle leggi, delle tutele. Da rivedere certamente, ma non da cancellare, inseguendo l’utopia, inceneritasi nel 2008, della flessibilità totale.

Il fatto che il Governo abbia totalmente ignorato questo resuscitare della concertazione è indicativo. Il Ministro del Lavoro, Sacconi, tifa apertamente per la FIAT. Lo stesso governo ha truffaldinamente inserito nella manovra finanziaria d’agosto la possibilità per le aziende di derogare al contratto nazionale. Ma, al di là del tifo, c’è un’altra questione che mi preme sottolineare: la debolezza delle lobbies italiane. Confindustria è spaccata al suo interno da correnti. Per anni appiattita sulla politica del governo, non ha esercitato pressioni di sorta. Fedele ancella con D’Amato, immobile con Montezemolo e palesemente incapace con Marcegaglia. E’ stata la politica a dettare l’agenda della Confindustria, non il contrario.

Si ha come l’impressione che l’unica lobby, l’unica vera casta in Italia sia quella politica. Che spacca confederazioni, sindacati, cooperative, puntando sui bisogni dei singoli. La cosa più grave è che vi riesce. Indicativo il turbinio di sigle: tre sindacati maggiori (fra l’altro originariamente unificati), due di commercianti/esercenti che dir si voglia, Coldiretti e Confagricoltura, perfino i chirurghi hanno due sigle sotto cui riunirsi. Il risultato è, ovviamente, il sedersi al tavolo delle trattative con un peso specifico decisamente minore rispetto alla controparte politica, generalmente (almeno quando tratta verso terzi) omogenea. Il che lascia il fianco scoperto a mire personali all’interno delle associazioni, al preferire il proprio orticello, coltivato magari con l’amicizia e l’attenzione del parlamentare o del traffichino-Tarantini di turno.

In una Confindustria allo sbando, con Della Valle neo-tribuno della plebe, Montezemolo che sogna revanches politiche, una Marcegaglia, ad esser generosi, confusa e con la crescita del PIL inchiodata sullo zero, era impossibile tener dentro il recinto la scalpitante FIAT. Che se ne va sbattendo la porta, novella Sansone che abbandona i Filistei al loro destino. Compiendo una scelta, quella si, “politica”, e aprendo, ufficialmente, una profonda crisi d’identità e di orizzonti per l’associazione degli industriali.

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4 risposte a Confindustria e la lobby che non c’è

  1. StefanoT ha detto:

    Bravo Roberto, penso che sporcherò spesso le pagine di questo blog. Certo, hai iniziato col botto! C’è tutto: FIAT, sindacati, Cina ed India, Confindustria, politica. Solo due cose sulla FIAT. Si ritrova con anni e anni di management inesistente alle spalle (vedi politica cinese) e un costo del lavoro elevatissimo, cose che unite rendono la FIAT non competitiva nè sulla qualità nè sul prezzo. Il risultato è che senza rottamazione io compro una Yaris e non una Panda (che costa di più), una Golf semestrale più che una Punto nuova, una Lamborghini invece che una Cinquecento visto quanto costa. Se un italiano è indotto a pensare questo, figuriamoci un francese, un americano o un cinese. Costi alti, prezzi medi e qualità medio-bassa, mercato bloccato ad un’unica fascia (ogni volta che azzardano qualcosa di più vendono 10 macchine e poi le ritirano).
    Io ovviamente una soluzione non ce l’ho, ma mi chiedo: cosa dovrebbe fare Marchionne per uscire da questa situazione, restando in Italia?

  2. Roberto Calise ha detto:

    Eheheh grazie Stefano per il tuo commento! 🙂 Sei il benvenuto qui, quando vuoi!
    Ho volutamente lasciato da parte l’analisi sulla condizione FIAT: al di là dei proclami della fantomatica Fabbrica Italia, parliamo di un’azienda che non caccia un prodotto nuovo da anni (Freemont e Giulietta son poca roba). L’ultimo veramente innovativo è stata la Cinquecento. La borsa, inoltre, sta valutando pesantemente l’azione dell’azienda. Neanche il tanto invocato scorporo ha portato a casa risultati degni di nota. In poco più di un anno, le azioni FIAT sono quasi dimezzate di valore. Marchionne grida ai famosi lacci e lacciuoli di stampo politico, ma in realtà il problema è in primis interno, come giustamente sottolinei tu. Andasse dove vuole se non vuole rimanere in Italia: il problema della competitività dell’azienda lo seguirà dovunque. Ed alla tua domanda rispondo con una contro-domanda: com’è che la tanto citata Volkswagen non si è spostata integralmente all’estero? In una cosa noi italiani dovremmo essere bravi, secondo la vulgata comune: a copiare. Evidentemente, neanche più questo sappiamo fare.

  3. StefanoT ha detto:

    Negli ultimi trent’anni la Fiat ha decisamente perso le caratteristiche che la distinguevano come casa automobilistica: compattezza e indistruttibilità. La fiducia ormai non si recupera tenendo alti i prezzi, così come possono fare le casa tedesche, che hanno mantenuto la “qualità” affiancata al proprio nome. Quindi, secondo me, c’è soprattutto da riconquistare la fiducia dei consumatori. Se mantieni i prezzi alti (producendo in Italia sarebbe inevitabile) la gente non compra le tue macchine e anche se migliori la qualità nessuno lo saprà. Purtroppo non si può uscire dalle situazioni così come si vorrebbe, ma come si deve!
    Tu mi dirai: e gli operai,dove vanno? Bhè, l’illusione del posto fisso, prima o poi, dovrà finire, perchè il mercato cambia e non è governato nè dalle leggi nè dai colossi internazionali, sono gli eventi che cambiano gli equilibri che sono e saranno sempre temporali. Microsoft è un colosso, IBM è un colosso, Sony è un colosso, poi arriva un tipetto di nome Steve e inventa computers, I-pod, I-phone e gli equilibri cambiano. Così IBM deve pensare a cambiare il proprio business, così Sony ecc…e quanti posti di lavoro sono stati persi?
    Se un’annata non produce grano, allora si cambia coltura o ci si sposta in posti dove il clima è buono per produrre grano.
    Mettiamo che Fiat decida di rimanere in Italia e di riconquistare i clienti con là qualità (visto che i costi non possono diminuire, a maggior ragione se si vuole aumentare la qualità). Sarebbe molto probabile che un consumatore al momento di acquistare un’auto trovandosi davanti alla scelta tra una nuova Punto e una Polo, acquisti una nuova Polo a duemila euro in più (20 euro al mese di rate). Cosa succederebbe? Incentivi statali e nuovi debiti sul groppone di tutti? Fallimento?

  4. Enrico M ha detto:

    Davvero una bella riflessione, cinica e smaniosa come te. Provvederò a pubblicizzarla.
    Un piccolo appunto riguardo lo stato del “ognuno per sé e Dio per tutti”. Ricordo ancora come Obama si comportò durante l’epopea Chrysler. Possibile che nella patria del liberismo si possa fare la voce grossa con tale colosso industriale, mentre qui abbiamo un Premier solidale con le esigenze di Marchionne etc? In tutta onestà robbie, non so davvero quanto la politica, alludo solo a quella di Montecitorio/Palazzo Madama, ci stia capendo qualcosa!

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