La Grande Mela

Questo post è un atto dovuto. Fosse solo che questo, come i precedenti, è scritto tramite un Mac.

Come tutti voi saprete, Steve Jobs, co-fondatore della Apple, se n’è andato a 56 anni, in una banale notte d’ottobre. Banale esattamente come non è stata la sua straordinaria esistenza.

E’ strano immaginare come un uomo che abbia cambiato il modo in cui noi percepiamo la tecnologia, un uomo capace di fare di un’azienda in crisi la più florida del pianeta, non sia stato capace di sopravvivere ad un cancro. Era un uomo come noi, direte voi. Sarà, ma negli anni, forse un po’ tutti ci eravamo convinti del contrario. E ciò succede quando si riconosce un genio.

Io non sono un economista, un esperto di tecnologia, o un sociologo. Sono un utente. E, da utente, non posso che ringraziare un uomo come lui. Forse noi non ce ne accorgiamo giorno per giorno, ma se ci voltiamo un attimo, un attimo solo, a vedere com’era la concezione della tecnologia, la sua accessibilità, la sua portabilità, solo all’inizio degli anni Duemila, non possiamo non notare come la figura di Steve Jobs abbia profondamente, radicalmente mutato il nostro orizzonte di vita quotidiana.

La rarefazione. Un concetto chiave, in tutte le macchine Apple. Pensateci. Jobs non ha mai amato i pulsanti, i bottoni. Amava l’intuitività. Ad esempio, il mouse. Puntatori, icone, non schemi, pagine di dati. L’immediatezza dell’azione, non mediata da fattori comprensibili solo dagli addetti ai lavori. E’ stato questo il primo passo per rendere accessibile a tutti la tecnologia. Oppure, il binomio iPod+iTunes: esso ha rappresentato l’inizio della crisi dell’industria discografica così come il mondo l’aveva conosciuta durante i precedenti cinquant’anni. Prima la musica era qualcosa di solido: milioni di oggetti come vinili e CD. Di punto in bianco, trasferiti in una scatolina grande come un pacchetto di sigarette, e venduti online, su una piattaforma, per l’appunto, virtuale. E’ stato Napster il primo a far ciò, direte voi. No signori, dico io. La forza della Apple è stata sempre anche nella concezione olistica (come ci ricorda Tomàs Delclòs, su El Paìs di oggi) delle proprie macchine. Non vendere software da essere ospitati altrove (principio opposto alla mission di Microsoft), ma vendere il pacchetto completo. Perché tale andava concepito, il prodotto: completo e perfetto in tutti i suoi aspetti, anche in quello estetico. La bellezza. Mai finiremo di ringraziarlo abbastanza. Jobs ha introdotto la bellezza nel mondo della tecnologia. Ha spezzato la sufficienza utilitaristica, secondo cui qualcosa che funziona, che serve per lavorare, produrre, è solo uno strumento, e come tale non è necessario che sia gradevole agli occhi.

Verranno poi l’iPhone, e l’iPad. Tocchi leggeri, impalpabili, grazie ai quali scorrere rapidamente milioni di pagine, di informazioni. Rivoluzionare il mondo della carta stampata. Caffé & iPad, sostituendo il centenario giornale stampato. E poi, in essi trovare tutto: il calendario, la rubrica telefonica, la propria musica, il proprio lavoro, le applicazioni che ci collegano al mondo tramite le cose, gli argomenti che ci appassionano. La tua vita, integralmente, olisticamente, nel palmo della tua mano. E, ancora una volta, la rarefazione dello sfiorare, addirittura del parlare (come dimostra Siri, l’assistente vocale di serie sui nuovi iPhone 4S) o del contenere milioni di dati in piattaforme come iCloud, rendendoli disponibili ovunque, in qualsiasi parte del pianeta, in qualsiasi momento. Creando così un sistema iperaccessibile, a suo modo democratico, e globale. Un sistema operativo che dialoga con tutti gli altri, e che allo stesso tempo ridicolizza tutti gli altri.

Rarefazione, bellezza, olismo, funzionalità, compatibilità. Parole semplici, per concetti, alla base, semplici: rendere il mondo più facile, più accessibile, in modo da possederlo più compiutamente.

Sbaglieremmo a considerare la Apple un’azienda come tutte le altre. Probabilmente, da qui a qualche decennio staremo ancora usufruendo delle loro intuizioni di questi anni. Se fallirà, continuerà la sua espansione, o diverrà egemone sul mercato, questo ovviamente nessuno può dirlo. Ma una cosa è certa: la palla dell’evoluzione tecnologica in questi anni è stato quasi esclusivamente nelle loro mani. E Steve Jobs, con quella palla, ha giocato la partita perfetta. Noi, da bravi spettatori, non possiamo che applaudirlo, anche nel giorno del suo commiato, sperando che presto qualcuno, anche più geniale di lui, raccolga il suo celebre (ed inflazionato) invito: “Stay hungry, stay foolish”. Alleviando, magari, anche quel senso di solitudine che la fine di un genio ti lascia sempre un po’ addosso.

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