Il modello Macerata ed il destino del PD

Avevo promesso un post sull’opposizione, per chiudere la panoramica sull’attuale situazione politica italiana, ed eccolo qui.

In questo “fiammeggiante tramonto” del berlusconismo, manca una voce forte dall’altra parte. La recente storia ci narra che, mentre tutto il sistema crollava sotto i colpi di Tangentopoli, si sentiva la pressione dei “barbari alle porte”: ossia, il PCI. E in risposta a questo pericolo, ci fu la chiamata alle armi del Cavaliere. Ora questa “pressione” non si sente. O meglio, si sentirebbe se venisse da un fronte unito. Che non c’è.

L’Unione fa la forza, si dirà. Vero, ma non è detto che l’Unione abbia la forza. Ed ora come ora, per avere una certezza matematica di vittoria alle sempre più imminenti elezioni, servirebbe, per l’appunto, un’Unione. Da Casini a Vendola, passando per Di Pietro. E’ inutile girarci intorno. E’ una matematica realtà. Ed è, del resto, il disegno che, neanche troppo segretamente, coltiva la classe dirigente del PD. Quella che Renzi vorrebbe spazzar via. Ma su di lui, torneremo dopo.

Dicevamo. Il disegno che accarezzano Bersani, D’Alema ed altri è il seguente: una grande coalizione delle attuali opposizioni democratiche di questo Paese, moderate e meno moderate, per riscrivere, in una legislatura “costituente”, le regole del gioco, che nelle grandi democrazie si scrivono assieme. Ossia, riforme di tipo strutturale: da quella elettorale, alle riforme dell’ordinamento dello Stato, pesanti interventi di politica economica, energetica, etc. Un disegno notevole, d’altissimo profilo istituzionale. Un’idea che ha la sua ispirazione nella Große Koalition in Germania, che dal 2005 al 2009 vide uniti, alla guida del governo, SPD & CDU. Qui in Italia, quest’idea è assimilabile al modello Macerata: nel capoluogo marchigiano, alle scorse comunali il centro-sinistra ha vinto presentando una coalizione PD-UDC-IDV, lasciando fuori SEL, che comunque s’è portata a casa il 9,9% dei voti. Ovviamente, nel caso del governo nazionale la coalizione sarebbe aperta anche a Vendola e compagni.

Quindi, per qualche anno, si mettono da parte divergenze ideologiche, ci si rimbocca le maniche, si rifonda il Paese, e poi ognuno per la sua strada. Se quest’alta idea di politica fosse espressa così, non omettendo la possibilità di dire dopo, a legislatura in scadenza, “ognuno per la sua strada” (come accadde, per l’appunto, in Germania, dove alle elezioni del 2009 CDU e SPD si presentarono su fronti opposti), forse sarebbe più comprensibile da parte dell’elettorato. Perché com’è presentata ora, fra detto e non detto, un po’ in politichese, il messaggio non arriva chiaro al Paese. Un ottimo esempio è l’intervista di D’Alema sul Corriere della Sera del 16 ottobre scorso. E anche se il messaggio arrivasse chiaro, servirebbe un elettorato incredibilmente maturo per poterlo accogliere. Ci sarebbero poi problemi non da poco, quali la questione leadership. Ci sarebbero le resistenze dei finiani, che mai si alleerebbero con “la sinistra”, e che tirerebbero per la giacca Casini, nella paura (più che reale) di scomparire dal quadro politico italiano. E soprattutto, ci sarebbe la questione fondamentale: che il Paese vuole andare da un’altra parte.

Il modello Macerata è difatti risultato, tutto sommato, già “superato” dalle recenti comunali: i voti di Milano, Napoli, Cagliari (strappata alle destre dopo addirittura 150 anni!), per non parlare poi del referendum dello scorso giugno, hanno dimostrato che c’è già una coalizione, potenzialmente, vincente. E che soprattutto non guarda al centro democristiano, ma che anzi guarda più a sinistra. Con buona pace, per l’appunto, di D’Alema (La Repubblica, 3 giugno 2011). Attenzione, però. E’ questa una tendenza globale: le recenti votazioni, in tutto il mondo, vedono a livello nazionale un’andata in controtendenza rispetto ai governi in carica, in genere dovuta alle risposte che i governi danno alla crisi. Per intenderci: se il governo è di destra, si va a sinistra, e viceversa. Qualche esempio: in Danimarca il governo conservatore perde per far spazio ai socialisti, la Spagna è prossima a tornare al PPE, in Germania la Merkel perde un’elezione locale dopo l’altra, in Francia Sarkozy arranca. L’esempio migliore sono gli Stati Uniti: Obama come presidente democratico nel 2008 in risposta al repubblicano Bush, e dopo solo due anni (2010) i democratici perdono la (notevole) maggioranza al Congresso per un ritorno repubblicano in grande stile, in seguito a fallimentari (almeno per gli americani) risposte per fronteggiare la crisi da parte dell’amministrazione democratica.

Questo il quadro globale. L’Italia sicuramente s’inserisce in questa tendenza, con le sue, però, peculiarità. Da noi non c’è solo la crisi. C’è la fine di un ventennale sistema di potere, e forse (speriamo) di un modo d’intendere la politica: la fine della cosiddetta “seconda repubblica”. La partita da giocare è quindi molto più ampia, e molto più complessa. Nonostante questa complessità, ignorare le esigenze dell’elettorato può essere una pesante forzatura delle realtà.

Cosa ci aspetta dopo la fine del berlusconismo, non è dato saperlo. Nessuno, al tramonto della DC, avrebbe immaginato cosa sarebbe successo di lì a poco. Ora come allora, nessuno sa cosa ci aspetta. E soprattutto, quando questo crollo avverrà. Una cosa è certa: il tempo è poco. Il governo potrebbe cadere da un giorno all’altro. Se ciò accadesse domattina, l’opposizione non avrebbe uno schema, un programma, un leader. E si troverebbe, in pochi mesi, a immaginare una coalizione, far le primarie, stendere un programma. Troppo poco tempo per troppe cose, e tutte troppo grandi. I leader dell’opposizione si troverebbero, inoltre, non solo ad immaginare un battaglione da presentare alle elezioni, ma si muoverebbero anche in un contesto nuovo, dove tutto può succedere, come sarà il giorno dopo la fine del Cavaliere. Quindi, sarebbe tutto incredibilmente più difficile. Per tale ragione è necessario, impellente, e non più rinviabile, presentare un’Idea di Paese, e le persone, i partiti, che a questa Idea vogliono partecipare. L’opposizione, ed in primis il suo perno, il PD, non si possono più permettere di giocare di rimessa. Di muovere, come detto ieri da Baricco alla convention di Renzi, i pezzi neri degli scacchi in risposta ai bianchi, che hanno sempre la prima mossa.

Io non so quale coalizione sarebbe migliore per governare questo Paese. Non so su quali basi, programmatiche e/o ideali, si potrebbero tenere insieme vendoliani e casiniani. Non so neanche se l’elettorato sarebbe in grado di comprendere l’altissimo messaggio istituzionale che c’è dietro ad un’operazione del genere. Sollevo, però qualche dubbio da comune elettore. L’UDC in questi anni ha dato prova di inaffidabilità. La vergognosa politica dei due forni, applicata per le Regionali 2010, ha portato il partito di Casini a ricoprire cariche praticamente in tutte le regioni d’Italia, dando prova del peggior equilibrismo di democristiana memoria. Non sbaglia Di Pietro, con tutti i suoi limiti, a definire l’UDC una moglie ammiccante. E le urne hanno dato, ripeto, una chiara indicazione su cosa voglia il Paese ora: più sinistra.

Inoltre, non so quanto all’UDC, ed ovviamente al Terzo Polo, converrebbe un’alleanza con la sinistra. Il giorno dopo la scomparsa di Berlusconi, comincerà un inevitabile, per quanto lungo, dissolvimento di tutta la schiera berlusconiana. Cominceranno i riposizionamenti, che andranno avanti per anni. Con un centro-sinistra “puro” (PD-IDV-SEL) al governo, e quel-che-resta del PDL all’opposizione, il Terzo Polo potrebbe pian piano mangiarsi l’attuale centro-destra. Ammiccando per qualche grande riforma strutturale al centro-sinistra al potere, e nel mentre far rientrare a casa i tanti “esuli”, sia ex che ideali, quali Pisanu, Martino, qualche ex-An, e chissà quanti altri. In cinque anni, il PDL così come noi lo conosciamo sarebbe solo un lontano quanto sgradevole ricordo. E Casini si troverebbe a guidare un Terzo Polo, magari sotto le insegne del PPE, molto più largo. Se ciò avvenisse, potrebbe ampiamente vincere le elezioni. E’ uno scenario molto lontano nel tempo, ma non lontanissimo dalla realtà.

L’importante è, quindi, non tanto avere Casini con il PD al governo, ma tenere l’UDC fuori dall’orbita dell’attuale PDL. Bisogna però decidere, ed in fretta. Se si vuole tentare la carta del modello Macerata, andando contro la chiara tendenza delle urne, si stendesse ora un programma. Se si vuole invece tentare lo schema a tre punte di un centro-sinistra “puro”, allora bisogna offrire a Casini qualcosa per la quale valga la pena resistere alle sirene da destra. Difatti, la chiave è tutta lì: se domattina Berlusconi si ritirasse, sarebbe molto più facile per l’UDC riposizionarsi a destra, e mangiarsi “da dentro” il PDL. In questo modo, si fonderebbe la sezione italiana del PPE, con Casini candidato premier alla guida di un enorme partito di centro-destra, finalmente epurato da Berlusconi. Senza il suo argomento principe d’opposizione, ossia il Cavaliere, e senza l’apporto dei voti UDC (come ho detto, basta che questi non confluiscano a destra), il centro-sinistra andrebbe incontro a sconfitta certa. Il tempo quindi stringe: o con noi, o non con loro. Cosa si potrebbe offrire a Casini, pur di tenerlo fuori dai giochi della destra? Io un’idea l’avrei, ma la terrò per me…

Il Partito Democratico è un grande contenitore. Al Suo interno ha tantissime posizioni, forse anche troppe. Ma è l’ultimo partito che rimane all’Italia nel senso vero del termine: un’associazione tra persone accumunate da una medesima finalità politica. Non c’è un leader, se non a tempo. E questo è un segretario, democraticamente eletto. Al di là dei meriti personali, senza Vendola, SEL non esisterebbe. Senza Casini, l’UDC non esisterebbe. E lo stesso vale per Fini, Di Pietro, Micciché, Lombardo, ed ovviamente Berlusconi. Sono partiti schiacciati sulle personalità dei singoli leader. Quindi, la dialettica all’interno di un così grande contenitore è cosa normale. Ma purtroppo la sinistra ha abbondanza di dialettica interna da farla diventare autolesionismo. Le continue uscite di Veltroni ne sono la più recente prova. Un ex-segretario che ha portato in parlamento splendidi esempi di parlamentari come la Binetti, Calearo, o gli irriducibili Radicali, dovrebbe almeno avere il buon gusto di stare zitto, dopo aver visto, nel tempo, il dissolversi della sua, seppur affascinante, idea di partito. C’è poi la questione Renzi: certe sue istanze sono sicuramente condivisibili. Che ci sia bisogno di un ricambio generazionale nel partito è fuori discussione. Dalla mia piccolissima esperienza, posso affermare che il disastro napoletano alle ultime comunali è anche frutto di questo mancato ricambio ai vertici, ma anzi di un continuo riciclo sempre delle stesse facce, degli stessi nomi, delle stesse competenze e a volte, disgraziatamente, incompetenze. Ma per il resto, le ricette da lui offerte sono sicuramente assimilabili ad una destra moderata. Quindi, cosa ne sarà di Renzi e delle sue proposte dipende fondamentalmente da dove il PD, tramite le decisioni dell’attuale (ironia della sorte) dirigenza, deciderà di andare. Se si sceglierà l’Unione allargata, allora sicuramente certe sue istanze troveranno spazio, forti di una sponda centrista, entrando probabilmente nel DNA del PD. Altrimenti, dubito sinceramente che ciò avverrà. Ricambio generazionale a parte, non credo che in molti si strapperanno i capelli per questo… Inoltre, anche fra i giovani si annida il “germe” della divisione. Questa di Renzi, seppur molto più pubblicizzata, non è che la terza convention, nel giro di un mese, organizzata da “giovani” del partito: prima ci sono state le riunioni promosse da Zingaretti e Serracchiani, e quella di Civati. Cominciamo bene…

Il PD ha quindi di fronte a sé una grande scelta, difficilissima. Deve disegnare la coalizione che, probabilmente, guiderà l’Italia dopo le prossime elezioni. Ma per far ciò, deve necessariamente fare i conti con gli immortali democristiani. E con sé stesso e la sua identità.

Qualunque sia la scelta, deve essere rapida: il tempo è drammaticamente poco, ed arrivare impreparati, divisi, confusi, per l’ennesima volta alle elezioni, sarebbe un rischio che l’Italia non si può permettere di correre. Mai come questa volta.

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8 risposte a Il modello Macerata ed il destino del PD

  1. Jonathan P.C. ha detto:

    Io partirei dalla definizione che hai dato del PD: un GRANDE CONTENITORE, forse un’enorme contenitore, al cui interno, per quanto mi riguarda, gli ingredienti sono tanti, troppi. A volte, per ottenere un buon risultato, ne bastano pochi, purché, ovviamente, siano di qualità. Non occorre aggiungere sapori a sapori perché si corre il rischio che si sovrappongano e che risultino sgradevoli al gusto. Occorre, invece, limitarsi a quei pochi elementi (POCHI MA BUONI) che in qualche modo ti danno la certezza di avere un’amalga perfetta…..
    Questa, secondo me, dovrebbe essere la ricetta perfetta per proiettarsi in un’ottica di coalizione, la stessa ricetta che il PD dovrebbe seguire se vuole davvero porsi come una valida alternativa al Berlusconismo, che si avvia alla conclusione.
    Prima di pensare, però, ad eventuali alleanze e schemi di coalizioni, il PD dovrebbe, e pure in fretta, cercare di ritrovare la propria identità partitica. Se è vero, come hai detto tu, che molti partiti nel nostro paese al giorno d’oggi si ritrovano schiacciati dalla personalità del proprio leader, senza il quale, in molti casi, non esisterebbero nemmeno, è anche vero, però, che passare all’estremo opposto, come nel caso del PD, in cui l’eccessiva dialettica, alla lunga, si è rivelata autolesionista (riprendendo le tue parole) è sbagliato. La verità è che il PD, in origine salutato da molti come IL partito nuovo, portatore di idee nuove e di aria di cambiamento (in fondo ha solo 4 anni), si ritrova oggi a fare i conti con le facce di sempre e una politica fondamentalmente basata sull’antiberlusconismo. Attenzione! La mia vuole essere una critica costruttiva.
    Sono costretto ad ammettere che negli ultimi 17 anni la destra, volente o nolente, ha avuto un nome e una faccia, mentre la sinistra ha pesantemente scontato l’incapacità di identificare la propria politica con il volto di un leader, che in fondo è sempre cambiato in estenuanti giri di valzer. Siamo sinceri, per una volta. Va bene che la politica è fatta di idee, pensieri, programmi, progetti, innovazioni e quant’altro, MA se non vi é un individuo capace di darvi vita e forma la partita è persa in partenza. E purtroppo, a oggi, secondo me, la sinistra è orfana di quell’individuo. Non voglio fare nomi, paragoni o mettermi a criticare gli attuali segretari dei partiti.
    Una cosa però è certa. Occorre una figura NUOVA, con un forte carisma e determinazione, che sappia catalizzare la fiducia e la simpatia di tutti gli elettori, e che riesca a guidare AUTONOMAMENTE il vascello verso la meta. Insomma, quello che 17 anni fa, un giovane imprenditore milanese, capì in un momento di profonda crisi politica e istituzionale del paese. Non si può negare che allora, Berlusconi seppe in qualche modo convogliare la delusione e la disillusione di molti cittadini nei confronti di un sistema politico corrotto, nella nascita di un nuovo movimento che diede vita a una nuova pagina della storia della politica italiana.
    Dopo 17 anni, oggi come allora, sembra ripetersi pressapoco il medesimo copione: si avverte nell’aria la fine di un’altra fase politica, ed in modo altrettanto tangibile si registra uno dei più alti tassi di disaffezione al sistema politico, basti pensare ai movimenti degli INDIGNADOS.
    Mi auguro che anche questa volta ci sia un uomo, o magari una donna, però esponente della sinistra italiana, capace di capire che il Paese vuole cambiare pagina e ripartire da un nuovo capitolo. E questo discorso, caro Roberto, va ben oltre le tattiche di alleanze o unioni. Qui si tratta, innanzitutto, di capire chi siamo e cosa vogliamo, prima di proporci agli altri come alleati. Perché se si continua a rimanere dei grossi contenitori di idee, non si va da nessuna parte.
    L’elettore, in questo delicato momento della politica italiana, non ha bisogno di sentirsi dire che Berlusconi è inadeguato o incapace a risolvere i problemi del paese e basta; dovrebbe piuttosto sentirti dire come qualcun altro riuscirebbe a risolvere gli stessi problemi, se fosse al suo posto. E qui si chiude il cerchio. Il problema dell’attuale sinistra è quello di basare l’80% della sua politica sull’antiberlusconismo, tralasciando, ahimé, quello che è (o dovrebbe essere) chiamata in prima battuta a fare, ovvero PROPORRE VALIDE ALTERNATIVE, oltre che di idee, di leader.
    Finché il PD non capisce questo, ha poco da pensare con chi potrà allearsi alle prossime elezioni. La gente ha bisogno di essere rassicurata da una figura carismatica, che possa tener testa a qualsiasi eventuale successore di Berlusconi, altrimenti si potrà dire addio al tanto sperato cambiamento, di cui da tanto, troppo tempo si attende l’arrivo.

  2. Roberto Calise ha detto:

    Come ho scritto, in primis il PD deve operare su sé stesso, per quanto può, un’analisi d’identità. Ma il tempo è troppo poco. Inoltre, potrebbe anche “non essere necessaria”, per ora, un’analisi di questo tipo. Se si sceglierà di portare avanti un’idea di grande coalizione di stampo costituente, allora il discorso identitario verrà, di nuovo, rinviato. E forse è meglio. Per una semplice ragione, che è squisitamente biologica. Per essere davvero “rifondato” ed amalgamato, il PD ha bisogno d’essere diretto da gente che non abbia mai visto il muro di Berlino. E’ semplice. Quindi, ci vuole ancora un bel po’…
    Inoltre, l’identità di un partito che vuole parlare al Paese intero è un discorso estremamente complesso, vista la scomparsa di grandi sistemi di riferimento, di grandi ideologie. Per quanto concerne il leader, è vezzo dell’italiano cercare il leader salvifico. Ma non ce ne sono. Nessuna grande democrazia occidentale ha leader salvifici. Ha leader, questo si, che però vanno e vengono. Da quando sono nato conto 3 presidenti francesi, 5 americani, 3 tedeschi, 3 inglesi. In Italia praticamente due, o molti di più, dipende da che angolazione si guarda. E l’angolazione cambia in base alla stabilità del governo. Che, gente come Mastella ci insegna, o si fa attorno ad un leader padre padrone e proprietario, o si fa intorno ad idee. Sinceramente, preferisco le seconde. E’ ora che l’Italia capisca che serva una squadra, che serve un governo, di persone serie, guidato da una persona altrettanto seria. E che capisca che chi sia questa persona, se ha alle spalle quanto scritto, è relativamente importante.

  3. Jonathan P.C. ha detto:

    Non sono d’accordo quando dici, riprendendo le parole di Mastella, che un partito si costruisce o solo attorno a delle idee o solo attorno a un leader padre padrone. Le due cose possono tranquillamente coesistere, e aggiungo un’altra cosa, il leader non deve essere per forza “padre padrone” del proprio partito (o movimento)come è accaduto in Forza Italia e come accade nel PDL; leader (dall’inglese to lead = condurre) è colui che guida, traina, motiva, stimola il gruppo, e lo incentiva a fare sempre di più e meglio. E non credo sia “relativamente importante” decidere a chi affidare questo ARDUO compito. Questa scelta è, invece, di fondamentale importanza, dal momento che ne vale della permanenza in carica della coalizione vincente. Sulle idee, poi, siamo d’accordissimo; sono e saranno sempre la base di tutto. Ma, ribadisco, la squadra, per poter vincere, oltre che da persone serie, deve avere alle spalle un allenatore forte, deciso, e determinato. Uno con il polso DURO…piuttosto che con i “polsini arrotolati”…

  4. Vincenzo ha detto:

    Non ho letto i vostri commenti, sorry, ma sul pezzo sono tendenzialmente d’accordo…ma…

    1) Quando si parla di ‘costituente’ riforme condivise, ‘costituzionali ecc, non si può lasciare il popolo dell’attuale aprtito al governo fuori dai giochi. Purtroppo. Le regole si decidono tutti assieme. E nessuno dei partiti dell’attuale panorama politico italiano mi sembra né al’altezza, né realmente intenzionato a farlo.

    2) E’ vero che le due grandi famiglie politiche italiane sono rappresentate da i comunisti (o meglio, ex) e i democristiani. Ma penso anche che i tempi siano cambiati e che queste forme siano superate. Lungi da me fare il grillino, ma c’è bisogno di cose nuove, gente nuova, idee nuove. Il caso De Magistris ne è un esempio sebbene l’IDV non sia la via maestra.

    3) Robè, so che anche a te piaceva tanto Veltroni…purtroppo le ultime sue uscite sono state infelici, ma rimane dopo Prodi l’unico leader decente degli ultimi 20 anni di sinistra. E proprio lui disse durante le sue dimissioni (NB. davvero difficile trovare in Italia gente che si dimetta dopo delle sconfitte, e quindi apprezzo sia Veltroni che ad esempio Lerner) che il PD era nato 15-20 anni in ritardo… (insomma doveva essere pronto già vincere le elezioni del 1994)

    4) Ricordati che l’UDC ha sempre appoggiato Cuffaro e che dopo la sua condanna in primo grado lo nominò capogruppo al senato.

  5. Roberto Calise ha detto:

    Vic ma io non esprimo una preferenza per una soluzione o l’altra. La mia idea, la mia soluzione preferita, l’avrei, ma non a caso non la esprimo. Chiedo solo di fare in fretta. Qualunque cosa si decida. Perché potremmo arrivare alle elezioni completamente impreparati, rischiando così di perderle, con o senza Casini. Inoltre, ho lasciato da parte anche le numerose analisi statistiche su quest’aspetto…. Per le riforme costituzionali, sicuramente si farebbero con un appoggio superiore alla sola maggioranza. Come ho detto, ci sono un sacco che fuoriusciranno dal PDL… Secondo te, certi come Pisanu, o Martino, non si siederanno a parlare, fosse solo per senso dello Stato, con la futura maggioranza? Grazie a Dio non tutti sono dei venduti… Per gli altri, le riforme si fanno con chi ha senso dello Stato e della democrazia. Basta con questo perbenismo. Chi non lo è realmente, ma sta in parlamento per rispondere a logiche privatistiche, non deve essere coinvolto. Ecco un altro aspetto: quando e se vinceremo (ma lo scriverò a tempo debito più compiutamente) non dobbiamo fare l’errore del 1996. Niente bicamerale, niente seconde chances, niente patti o mani tese. Coloro i quali oggi fanno parte della maggioranza (non tutti, come ho detto, ma purtroppo molti) sono pericolosi per l’Italia. Lo stanno dimostrando, non c’è neanche bisogno che ti faccia esempi…
    L’UDC ha fatto, glielo si deve riconoscere, un’opera di pulizia a livello nazionale notevole. Lo stesso Cuffaro dal 2010 non è più nel partito. Si vogliono accreditare come responsabili, e seri. Il problema sussiste tuttavia a livello locale, in primis in Campania, e non solo per ragioni meramente elettorali, ma proprio di “consistenza umana”. E’ per questo che mi sono permesso di classificarli come inaffidabili… Io non mi fido molto.
    Ma il problema è che non mi devo fidare io, che non ho il quadro completo della situazione, ma sono i leader PD che devono valutare, di concerto con SEL e IDV. Qualunque cosa decidessero, lo facessero in fretta!
    Per Veltroni, ti dirò, ho molto rielaborato, a posteriori, quanto da lui fatto: ossia nulla. Un segretario, oltre a fare bellissimi discorsi, deve strutturare il partito su base locale. Lui non l’ha fatto, né prima le elezioni (il tempo era poco, si dirà), né dopo. Lasciando nel dubbio e nell’incertezza le segreterie regionali, con problemi che almeno io ho ben sperimentato, e che, in ultima analisi, sono anch’esse causa della scomparsa del PD napoletano, insieme ad altri numerosi fattori. Inoltre, per il solo fatto di aver compilato a cazzo di cane le liste… Sai quanti deputati il PD ha perso in questi 3 anni? 11. E 9 al Senato. Se avessimo ancora almeno una parte di questi numeri, il governo sarebbe bello che caduto….

  6. Jonathan P.C. ha detto:

    Sul discorso dell’identità politica del partito, che ti faceva, ti consiglio di leggere quest’articolo del corriere che, in maniera dettagliata, fa il quadro dell’attuale situazione all’interno del PD. E diciamo che non è proprio fra i partiti più coesi, anzi.
    http://archiviostorico.corriere.it/2011/ottobre/23/diciassette_correnti_partito_solo_co_8_111023025.shtml

  7. Jonathan P.C. ha detto:

    ….e sul bisogno di rinnovamento ti suggerisco una sintesi della tre giorni della Leopolda:
    http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2011/30-ottobre-2011/big-bang-cento-idee-subito-online-si-attende-discorso-renzi-1901992663216.shtml
    premettendo che quello che dice Renzi può essere assolutamente discutibile, gli si deve, tuttavia, riconoscere il merito di aver dato un bello scossone al partito. E sono sicuro che Bersani abbia recepito il messaggio.

    • nicola ha detto:

      la vera domanda é: si deve parlare con Casini o con il genero, definito anche l’uomo piú liquido d’Italia?
      Cmq, si, questa UDC é sopravvalutata, mettiamocelo in testa. E poi, mettiamo fine a queste terminologie confuse dove liberale fa rima con moderato e moderato con democratico-cristiano e democraatico-cristiano con riformista! Via, dai, Casini e il suo aprtito hanno governato per 5 anni, poi, per due tornate elettorali, hanno sempre PERSO, eprché -capiamoci- il partito di Casini (tale é) corre ad ogni elezione per perdere e fare attestato di presenza.

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