Finanziare la democrazia

In questi giorni di scandali da far impallidire Tangentopoli, un argomento, già affrontato a suo tempo da un referendum, si è riguadagnato (mestamente, oserei dire) l’onore delle cronache: il finanziamento pubblico ai partiti, formalmente abolito da quasi vent’anni, e ricomparso, sempre vent’anni fa, sotto la dicitura di “rimborso elettorale”.

Ora come allora, è grande la sfiducia della popolazione verso dei partiti visti come lontani dal sentire comune, più incentrati sul conservare se stessi e le proprie posizioni di potere. Ma ci sono delle differenze sostanziali fra quanto successo nei primi anni ’90 ed ora; anzi, c’è una differenza sostanziale: la crisi economica.

Leggere, come avviene in questi terribili giorni, di case con fitti da 2.200 Euro in lussuosi quartieri romani, di ville enormi comprate così come le lauree, di auto di lusso cambiate come calzini, e addirittura di diamanti nascosti a casa di diversi esponenti della Lega Nord, fa male. Fa male quando nel solo 2011 più di 1000 fra impiegati ed imprenditori si sono levati la vita per non affrontare la vergogna di non poter arrivare a fine mese, di non poter sostenere le spese dell’azienda o della propria famiglia, o anche solo per non dover subire un’altra volta l’umiliazione di un prestito negato da qualche banca, magari a suo tempo salvata a caro prezzo dallo Stato e/o dalla BCE, e che ancora oggi nega il credito alle imprese.

Ormai non si tratta più solo della (sacrosanta) necessità di avvertire la classe politica come onesta, competente, vicina alle esigenze del Paese. Si tratta di non sentirsi sbattere in faccia ogni giorno la ricchezza (immeritata) di pochi, per di più proveniente dalle casse pubbliche. E da qui la necessità, intestina, di pancia, di mettere un freno a questo fiume di denaro pubblico che permette ai partiti nostrani di sopravvivere.

Ma questo è un ragionamento miope, di corto respiro. Abolire il finanziamento pubblico (ops, volevo dire: il rimborso elettorale) ai partiti, consegnerebbe la nostra già debole democrazia in mano ad interessi privati, a chi si potrà permettere di finanziare di tasca propria una formazione politica. Un esempio luminoso già l’abbiamo: Forza Italia. A buon intenditor, poche parole.

Le cifre che attualmente lo Stato destina ai partiti sono irrisorie rispetto al bilancio totale. Certo, dette così, a secco, decontestualizzate, fanno una certa impressione. Ma se messe in relazione a quanto ogni anno lo stato italiano spende ed incassa, allora il tutto già sembra più ragionevole. Finanziare i partiti è de facto finanziare la democrazia. Far si che questa si riproduca, all’infinito. Assicurarsi che i partiti non abbiamo padri e padrini, non dipendano da finanziatori occulti e non. Un esempio può essere il sistema americano, in cui soldi pubblici non ne girano, e i candidati (che siano candidati presidenti o anche solo semplici candidati al Congresso) devono battere cassa dove possono. Obama ha vinto le presidenziali del 2008 grazie ad un enorme sostegno popolare, con contributi di singoli cittadini che erano in media di una ventina di dollari. Ma è un’eccezione. Il più delle volte, dietro alle campagne di raccolta fondi si muovono grandi industriali e gruppi d’interesse. Un caso esemplare è Hillary Clinton, che ha fra i suoi maggiori finanziatori le assicurazioni sanitarie, che tanto hanno remato contro la recente riforma del sistema sanitario americano.

La nostra democrazia tutto ciò non se lo può permettere. O meglio, non se lo può più permettere. Usciamo da un ventennio in cui il Parlamento ha legiferato ad uso e consumo di un solo uomo, che finanziava il maggior partito politico italiano. Sappiamo bene cosa significa avere partiti piegati esclusivamente agli interessi di qualcuno – in questo caso, di uno. E non è casuale che gli scandali maggiori (quelli che riguardano la Lega e la Regione Lombardia) hanno un solo colore politico: il colore di chi ha governato indisturbato una regione ricca per vent’anni, e di chi è stato 15 anni al governo del Paese.

Il nostro Paese ha un bisogno disperato di politici, non di meno politica, come qualcuno urla nelle piazze. In particolare, ha un bisogno disperato di professionisti della politica. Questa è difatti un vero lavoro a tempo pieno, non una parentesi nella vita di qualcuno. Non si fa politica come un impiegato in banca si fa una partita di calcetto una volta ogni tanto. La temporaneità nello stare al governo della cosa pubblica è un lusso che solo persone estremamente competenti in determinati campi si possono permettere – ovvero, i tecnici, come quelli che oggi ci governano. I partiti hanno invece bisogno di tornare a fare quel che hanno sempre fatto: formare classe dirigente. Allargare i settori giovanili, invogliare i giovani ad impegnarsi, ma non stimolando istinti predatori. Il meccanismo di selezione della classe dirigente in questi anni è stato polverizzato, sia a destra che a sinistra: in Parlamento ora, vicino a stimati intellettuali, giuristi, professionisti d’ogni sorta (grazie a Dio ce ne sono ancora), siedono anche tanti incompetenti. Chi sono, ben lo sappiamo: basta rispolverare le cronache di qualche mese fa per ricordarsi dell’esistenza di personaggi grotteschi, come Scillipoti, o di subrette, come la Carlucci, o di uomini piccoli piccoli, come Calearo.

Si potrà poi discutere su come finanziare i partiti, se rimodulare gli attuali meccanismi di attribuzione dei rimborsi, o su come incrementare la trasparenza nei bilanci. Ma è importante spostare il discorso dalla necessità o meno di finanziare pubblicamente i partiti al come sanzionare i comportamenti predatori dei singoli, seppur diffusi. In linea, del resto, con quanto detto dal Presidente della Repubblica Napolitano, che invitava a non far di tutta un’erba un fascio. Il problema, come al solito, non è quindi lo strumento, ma chi ne fa uso, e come. In questo, giova ricordare il discorso di stamane a “Radio Anch’Io” del segretario del PD Pierluigi Bersani, magari estendendolo a tutte le forze politiche, per par condicio. Accanto a ladri, truffatori, personaggi dubbi, cerchi magici o tragici, ci sono migliaia di amministratori, soprattutto a livello locale, che fanno onestamente il loro lavoro, che provano a dare risposte, per quanto loro compete, ad una crisi che soffoca il Paese. Eliminare il rimborso elettorale significherebbe strangolare anche loro, calando il sipario sulle residue piccole speranze di una classe dirigente migliore di quella che da anni ci governa.

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Una risposta a Finanziare la democrazia

  1. Enrico mezza ha detto:

    Mi aspettavo l’esempio di Atene!
    Mi ritrovo su tutto il contenuto. Parlando dell’argomento,e sostenendo il “partito del rimborso”, mi sono trovato davanti persone arrabbiate e scocciate.
    È vero, non siamo in Svizzera, ma permettere a TUTTI di fare politica, finanziando la struttura partito, è l’essenza della democrazia e,inoltre, la concretizzazione di valori costituzionali.
    Purtroppo(per fortuna?) per capire un discorso è necessario ascoltare e rifletterci, per intenderci un discorso politico siffatto esula da una dialettica populista-berlusconialista.
    Topos “basta, pagatevi con i vostri soldi” etc. Sono molto più immediati. La crisi, unita a 15anni politicamente vergognosi, ha fatto nascere fenomeni come Grillo. Ho paura per questa disaffezione alla politica, ho paura per la mancanza di volontà delle gente a sentire discorsi complessi.
    I partiti devono ri-aprirsi, soprattutto a sinx, abbandonare un modello americaneggiante per dislocarsi sul territorio. Politica dal basso è politica avvertita dai cittadini.
    Più sezioni, meno forconi.

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