Baby, don’t be choosy

Il governo Monti è un governo di tecnici, non di politici. O meglio, non di politici a tutto tondo.

E’ bene tenerlo sempre presente.

Da questa differente natura, nascono delle incomprensioni comunicative fra il Paese e chi ora lo guida. L’ultima incomprensione in ordine di tempo è ad opera del ministro del Lavoro Elsa Fornero, la quale ha invitato i giovani a non essere troppo “choosy”, vale a dire troppo selettivi nella scelta del primo lavoro.

A onor del vero, a sentire la dichiarazione per intero, si evince come la Fornero invitasse i giovani ad entrare il prima possibile nel mercato del lavoro, essendo lei ben conscia, da brava docente di Economia, che le prospettive occupazionali cambiano radicalmente se si è all’interno o all’esterno del suddetto mercato.

Ebbene, credo sia un invito da sottoscrivere.

Del resto, chiunque si sia realmente misurato con un colloquio di lavoro, con la compilazione di un curriculum, o con l’invio di applications per sottoporre la propria candidatura per una qualsiasi mansione, ben conosce una grande verità: è il lavoro che chiama altro lavoro.

Fermo restando l’importanza di un percorso formativo di qualità (non importa che tu abbia studiato per diventare un medico o un elettricista), la parte, probabilmente, più difficile è il primo ingresso nel mercato del lavoro. A differenza di com’è stato presentato, quindi, l’invito del ministro non è alla rassegnazione, né all’accontentarsi. E’ alla gavetta. E’ all’iniziare da qualche parte, in qualche modo. Poi sarà grazie alla propria capacità e competenza se si riuscirà a “fare strada”.

E’ questo un concetto cardine dell’ideologia liberale, che costituisce il retroterra culturale all’azione dell’attuale governo, come dimostrano non solo i numerosi provvedimenti in materia economica degli ultimi mesi, ma anche le precedenti, e ormai celebri, dichiarazioni infelici rilasciate dal viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Michel Martone il 24 gennaio 2012 e dal Presidente del Consiglio Mario Monti pochi giorni dopo, il 2 febbraio.

Martone dichiarò: “Laurearsi a 28 anni è da sfigati, se invece decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo.” Mentre Monti definì il posto fisso “monotono”, invitando alla flessibilità. Se mettiamo in fila queste tre dichiarazioni, vediamo come, ad opinione del governo, la via da percorrere per riformare l’istruzione, l’avviamento al lavoro e quindi la società, sia una maggiore flessibilità, una maggiore intraprendenza, un percorso formativo rapido e “aggressivo”. Esattamente quello che avviene in certe economie dei paesi più industrializzati.

C’è però un grosso problema: questa impalcatura teorica, per funzionare adeguatamente, necessita di un Paese dove vige la concorrenza perfetta in un libero mercato, non viziato da corporazioni e interessi di sorta, non governato (a livello locale quanto centrale) da una classe politica spesso corrotta, o alla meglio inadeguata. Un Paese ricco di moderne infrastrutture, che permettano a uomini e merci di muoversi rapidamente ed efficientemente. Un Paese con un sistema d’istruzione completo, dove le università pubbliche non siano degli immensi parcheggi, e che sappiano valorizzare, tramite adeguate strutture e sovvenzioni, gli studenti più meritevoli. Un Paese dove gli istituti tecnici, molto importanti ma spesso bistrattati, non siano slegati dal tessuto industriale, cosicché non diventino, come purtroppo spesso sono (specialmente al meridione), luoghi di de-formazione, più che di formazione. Un Paese dove la classe imprenditoriale non si sia fatta tale con i soldi dello stato, costruendo cattedrali nel deserto (il caso FIAT o dell’alluminio in Sardegna su tutti) e non rischiando mai propri denari, risultando così a sua volta dipendente dalla politica e acritica verso essa. Un Paese non legato pervicacemente, in vaste sue zone, ad organizzazioni criminali ottimamente ramificate. Un Paese in cui vige la meritocrazia.

Infine, le dichiarazioni prima riprese richiederebbero un Paese con una storia completamente diversa: un Paese con una cultura dello Stato, della cosa pubblica, dei rapporti interpersonali omogenei, e non così diversi da regione a regione. Un Paese con una storia unitaria di lunga durata, o semplicemente un Paese non profondamente cattolico, ma protestante, calvinista, luterano, così come sono la Germania, la Danimarca, l’Olanda, la Gran Bretagna, e, ovviamente, gli Stati Uniti, dove vige l’idea di fondo dell’uomo artefice del proprio destino. Da noi, così come in Spagna, in Portogallo, in Grecia, in America Latina, l’uomo, in ultima istanza, non è padrone del proprio destino. Sembra una sciocchezza, un particolare di poco conto, ed invece non è così. Centocinquanta anni di storia lo testimoniano.

Nonostante ciò, credo che l’invito del ministro Fornero sia in ultima istanza sottoscrivibile. Credo che il prendere in mano il proprio futuro, anche a costo di attraversare momenti difficili e di insoddisfazione, sia spesso necessario per raggiungere un obiettivo lavorativo più distante. E’ un invito che rivolgo in primis a me stesso, che, giovane fra tantissimi giovani, mi ritrovo ad affacciarmi ora, per la prima volta, nel mondo del lavoro, avendo ormai concluso il mio percorso formativo.

Purtroppo, senza le condizioni sopra citate, quest’appello è mutilato. Risulta incompleto, come tante cose in questo Paese. Venendo meno le condizioni di base, non resta che la buona volontà, che già tanti miei coetanei, e tante famiglie, mettono nella propria quotidianità, facendo lavori sottopagati, umilianti, al nero. Per non parlare dei tantissimi che, laureati o no, emigrano, ormai in massa, come accadeva tante decadi fa.

In ultimo, pur comprendendo la natura non politica a tutto tondo degli uomini dell’attuale governo, è senza dubbio sconfortante leggere una tale mancanza di sensibilità in queste fredde, e quasi canzonatorie, dichiarazioni. Se è vero che non si finisce mai di imparare, forse un bel corso di public speaking potrebbe giovare non poco a ministri e sottosegretari vari. Anche perché si era cominciato in ben altro modo: chi mai dimenticherà le lacrime della Fornero? In neanche un anno, dalle lacrime siamo passati alle ramanzine.

Il Paese va certamente “educato” in certi suoi comportamenti, ma non è così che lo si rende recettivo a determinate istanze.

E’ quindi giunta l’ora, anche dal punto di vista comunicativo, che la buona Politica si riprenda il suo ruolo.

Sperando vi sia ancora.

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