Buon voto

Da poche ore è finalmente calato il silenzio su una delle più brutte campagne elettorali dell’era del bipolarismo. Un numero imprecisato di candidati premier (presentati alle volte come semplici portavoce, o futuri ministri dell’economia) si son dati battaglia non dicendo, praticamente, nulla. E’ un’amara constatazione, ma la propaganda è stata monopolizzata da botte e risposte, precisazioni, ripicche verbali fra i vari leader. Anche questa volta, il mattatore è risultato essere Silvio Berlusconi, definito da tutti un’eccezionale animale da campagna elettorale. Nota: forse è più semplice fare il mattatore televisivo quando sai di non aver nulla da perdere. Comunque sia, tutti i candidati hanno dovuto rincorrere le sue strampalate proposte, fra cui la ormai celeberrima restituzione dell’IMU. Nell’ultima settimana, però, dopo un calo di consensi registrato a Gennaio, è ricomparso Grillo, con le sue piazze straripanti, come obiettivamente poche volte si sono viste. L’esito del voto è così incerto. Da una vittoria a mani basse della “gioiosa macchina da guerra 2.0”, si è passati ad uno scenario in cui si spera di poter agguantare un’autosufficienza risicata contando sull’apporto di Monti al Senato. Ipotesi che, numeri alla mano, rischia di non concretizzarsi.

Un brutto guaio per il Paese. Le scorie del berlusconismo hanno ancora una volta infettato il corpo della nazione, facendo in modo di votare con una legge antimoderna, antistorica, antidemocratica. Lo scherzetto preparato dalla Lega Nord, da Fini e Casini (ora vergini immacolate sull’altare della responsabilità nazionale) e dal PDL nel 2005, dopo otto anni pretende ancora il suo tributo di sangue. E lo avrà, non v’è dubbio, consegnando il Paese ad un’altra stagione di incertezza.

Da questa campagna elettorale emerge però, a mio avviso, qualche altro dato da sottolineare. Non v’è stato comizio in cui non ci sia scagliati contro l’inadeguatezza della classe politica – ovviamente di parte avversa. Più che giusto e condivisibile. Del resto, i risultati sono sotti gli occhi di tutti. Ovviamente fare di tutta un’erba un fascio, che è poi lo sport preferito di Grillo e Ingroia, è un insulto all’intelligenza. Ma si sa, l’italiano è incline alle semplificazioni.

Prima però di scagliare la prima pietra contro i politici, andrebbe fatta un’analisi a più ampio raggio. Questa vergognosa campagna elettorale è stata anche il prodotto di una pessima stampa. Fa bene Grillo a lasciare fuori i giornalisti italiani dai suoi comizi. Da molte parti è stato tacciato d’essere antidemocratico. Ora, non credo sia questo il punto. Credo che invece si debba alzare la voce contro una stampa asservita, succube del potere politico, di qualunque colore fosse. Gli ultimi spazi di semilibertà e indipendenza (alias, il Corriere) sono stati militarizzati dalla discesa in campo della “lista dei giusti” di Monti, tutti gli esuli neoliberisti di Berlusconi pronti a risolvere una crisi neoliberista adottando ricette… neoliberiste. Anche per loro, i dati parlano da soli. Sarebbe però bello leggerli, questi dati. Leggere i campanelli d’allarme. Leggere di come altri stati, in un’Europa che dovrebbe essere unita, stanno affrontando problemi simili ai nostri. Ma questi vent’anni hanno segnato anche l’informazione in Italia, unico Paese al mondo dove tre televisioni e decine fra giornali e riviste fanno capo ad un unico padrone. La polarizzazione ha inevitabilmente contagiato le testate che non facevano parte dell’universo berlusconiano. Risultato: anche se dietro ad una testata non vi è direttamente un partito, gli orientamenti politici della redazione fanno il resto. Perfino ad un elettore ben convinto come me da ormai fastidio aprire un giornale e leggere commenti sprezzanti di chiara matrice politica. Qualche anno fa, sulla scia di ottimi prodotti come Report, si disse che il giornalismo sarebbe stato salvato dai partiti e dalla concorrenza di internet solo ritornando alle origini, ossia alle inchieste su temi scottanti. Ma anche questo modo nobile, puro, di fare il proprio mestiere è in breve diventata un’arma impropria, usata fra l’altro da chiunque. Ed è quindi fastidioso, ed altamente offensivo, vedere assaliti i politici di turno, o gli uomini del momento, da giornalisti insistenti, scostumati, nella sola attesa di ricevere quel che una persona normale farebbe se aggredita: respingerli con forza, violenza. Così poi da poter urlare ai quattro venti la “antidemocraticità” del personaggio intervistato. Mi si dirà che chi ricopre cariche pubbliche deve rispondere di quel che fa. Certamente che deve. Ma non sempre e comunque al primo venuto. Ci sono tempi, e modi, per avere interviste. Non vi è giornalista che si può sostituire al lavoro di un giudice.

Giudici e giornalisti. Cosa vi ricorda?

Sbaglia chi dice che in questi anni Grillo non si è servito della tv. In un Paese con un basso accesso ad internet, e con una popolazione mediamente anziana, in un paese dove un sessantenne ha difficoltà a mandare un sms, davvero credete che Grillo sarebbe diventato un fenomeno in grado di portare quasi un milione di persone in piazza? I talk-show in questo hanno un enorme potere, e pesanti colpe. Decine di personaggi sono usciti dall’ombra e diventati “qualcuno” grazie al potere delle tv. Basti ricordare il capo di un piccolo sindacato di destra, l’UGL, invitata decine di volte a Ballarò: la Polverini. Oppure l’attuale governatore del Piemonte, quel Cota il cui grigiore veniva colorato dal fondotinta del trucco di salotti come Porta a Porta. Infine, Grillo, i cui successi sono stati seguiti minuto per minuto dalla più efficiente macchina propagandistica d’Italia, Anno Zero di Santoro, sin dai tempi dei Vaffa Day. Non v’è stata puntata del programma (che, giova ricordarlo, era fra i più seguiti della televisione italiana) in cui non venisse propinato uno spezzone di un comizio di Grillo. Non è un caso che il più famoso giornalista italiano, Marco Travaglio, che ha goduto dell’incredibile occasione di avere un suo spazio televisivo settimanale negli ultimi 5-6 anni, è ora un fervente sostenitore del MoVimento 5 Stelle. Ditemi ora, che credibilità ha un giornalista apertamente schierato per un partito. Ben poca, si sarà detto Berlusconi, che difatti ha sfruttato queste contraddizioni per lanciare la sua inizialmente grigia e confusa campagna elettorale. La crescita del PDL è iniziata, semplicemente, pulendo una sedia.

L’informazione è quindi schiava, il più delle volte, del potere, legata ancora al cordone ombelicale degli aiuti statali. Se questi venissero cancellati, probabilmente domani testate come Libero o l’Unità scomparirebbero dal panorama italiano, insieme a tante altre testate minori. Ma davvero se ne sentirebbe la mancanza?

Allo stesso tempo, l’informazione ha anche un potere enorme, come dimostrato nel caso dei talk show, che hanno contribuito a formare l’ultimo puledro di razza della scuderia populista, Ingroia, il quale ha ovviamente goduto di un solido battage pubblicitario made in Santoro. La discesa in campo dell’ennesimo magistrato in politica mette in cattiva luce, inevitabilmente, quanto da lui fatto fino a qualche mese fa. Le sue inchieste, il suo stucchevole scontro con Napolitano, appaiono tutto ad un tratto sotto un altro colore. Inoltre, pone un dubbio sul problema della magistratura, vero ed unico potere dello stato non controllato da nessuno, se non da… gli stessi magistrati. Appare quindi un copione triste quello che vede comparire, a sette giorni dal voto, titoli di giornale riportanti inchieste su tangenti in Finmeccanica collegate alla Lega Nord. Non volendo esprimere ovviamente giudizi di alcun tipo sulla veridicità di quanto riportato, è però quantomeno sospetto il timing. Siamo convinti che la magistratura sia tutta composta da persone indipendenti moralmente? Non è che forse questi magistrati, spesso mitizzati all’inverosimile dalla luce accecante di fulgidi esempi di rettitudine barbaramente uccisi, sono semplicemente uomini, con le loro pulsioni, passioni, idee politiche? Però a questo punto si pone forte il problema di chi può essere portato ad usare il successo personale derivante da indagini particolarmente scottanti per il proprio tornaconto. A farne le spese, inutile dirlo, sono i cittadini, la cui vita può essere distrutta da un atto giudiziario, che magari li troverà, anni dopo, innocenti, senza che chi abbia sbagliato poi paghi.

Queste ombre si porta addosso anche il sopra citato Antonio Ingroia, il quale non ha avuto neanche l’attenzione di dimettersi, ma solo di chiedere l’aspettativa. Incassato (si spera) un deludente risultato elettorale, ritornerà probabilmente ad essere un arbitro, almeno sulla carta, imparziale. Con quale faccia, ancora non si sa.

Ingroia ci ricollega all’ultima categoria, dopo giornalisti e magistrati, che gioca simpaticamente all’irresponsabilità. Questa categoria è la più trasversale e difficilmente identificabile. In questa sede non mi interessa assolutamente trattare di chi, per scelta, voterà un qualunque partito di destra. Le ultime righe sono dedicate alla media-alta borghesia, magari con vocazioni (o velleità) artistiche, che si rifugia nel voto ideologico “duro e puro” collocato sempre e comunque all’estrema sinistra di un qualcosa. E’ questo, a mio avviso, non un voto di convinzione, ma di moda. Un tempo andava Bertinotti, poi Diliberto, poi Vendola, infine Ingroia. Questi partiti diventano i collettori di ogni tipo di idealismo, di quelli più giovanili o di quelli più stantii. E’ questa una specie di sindrome di Peter Pan. La costante vocazione all’opposizione, che è di per se, almeno in questo Paese eternamente democristiano, una vocazione all’irresponsabilità. Sono sotto gli occhi dei napoletani i guasti che una cultura, nata come pars destruens, porta quando si arriva alla pars construens, se questa non è coadiuvata da chi, sempre da sinistra, pratica da tempo attività di governo. I social network sono quindi pieni da giovani radical chic, come di anziani arrabbiati nostalgici del ’68 o simili, che sbraitano contro il grigiore del PD, inneggiando a Rivoluzioni Civili, una definizione per la quale un qualsiasi linguista inorridirebbe. La sinistra italiana non diverrà mai maggioritaria in un paese storicamente moderato di destra se non uscirà da questa sua condizione di infantilismo, se non getterà la famosa coperta di Linus al vento e si prenderà gli oneri del governare, del fare scelte difficili, del lasciare da parte gli idealismi immaginari di ogni tipo. Governare è scegliere, diceva qualcuno. Se non si vuole scegliere, allora non si è pronti per governare.

Si è detto tante volte che l’Italia era, è, o forse sarà, sull’orlo di un baratro.

Ma alla luce di quanto scritto prima, siamo proprio sicuri che la nostra situazione non sia come quella raccontata all’inizio di un film francese del 1995, L’Odio?

Si ricorderà che la storiella narrata all’inizio diceva così:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Buon voto. Siate saggi. Siate responsabili. Lasciate le coperte di Linus a casa, e mettetevi un bel cappotto, perché fuori fa molto più freddo di quanto sembri.

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