Ho sbagliato, e chiedo scusa.

Quando una persona sbaglia, è giusto che chieda scusa. E’ segno, credo, di maturità, comprendere i propri errori, fare ammenda, e cercare di imparare da questi.

Comincio quindi questo post nel chiedere scusa ai miei concittadini. Io mi sento, seppur in minima parte, responsabile di quanto avvenuto lo scorso weekend elettorale.

In primis, riconosco il mio errore commesso alle primarie. Ho votato Bersani. Me ne pento, amaramente. Si era profilata drammaticamente come una scelta sbagliata già negli ultimi giorni di campagna elettorale. Ma quando è arrivata la terribile conferma dei numeri, sono letteralmente impietrito. Come un automa, davanti al pc, ho premuto “aggiorna” non so quante centinaia di volte, senza che nulla cambi. Senza che una cifra si spostasse, diventando meno drammatica. Senza, inoltre, leggere una dichiarazione politica degna di tal nome. Ci sono volute 24 ore per udire delle parole del leader della coalizione da me votata.

Ho sbagliato. Ho votato la persona per me più preparata e competente. Domenica come alle primarie. Ma non è bastato. La vittoria di Bersani come premier ha portato poi Berlusconi (e probabilmente, Monti) a candidarsi, pensando di potercela fare contro un leader del centrosinistra da loro considerato battibile. Almeno il primo, aveva ragione.

Perché aveva ragione? Semplice. Come da anni a questa parte, abbiamo affrontato il re della comunicazione con uno staff e un apparato comunicativo inadeguato (vergognosi i vari spot e i manifesti, con sfondo grigio come il candidato), e con un leader che ricorda un buon padre di famiglia, ma certo non stimola né i sogni, né i bassi istinti della popolazione. In grigiore, solo Monti ci ha battuto. Siamo quindi andati alla campagna elettorale, momento della comunicazione per eccellenza, con il leader meno comunicativo su piazza. Se a questo si aggiunge che si è affiancato al re dei piazzisti tv anche il sovrano dei piazzisti web, il gioco è fatto. Su web e tv eravamo largamente perdenti. Ci restavano solo i manifesti (di cui abbiamo detto) e le piazze, con cui ovviamente si fa poco.

Mi sento colpevole perché ho votato come un sessantenne. Avrei dovuto votare un mio simile, dalla parlantina svelta ma dai contenuti certamente meno solidi rispetto ad un uomo di maggiore esperienza. Avrei dovuto votar Renzi perché egli rappresentava il primo leader post-ideologico prodotto dalla sinistra italiana, come del resto io sono un ragazzo cresciuto in un’era post-ideologica. Ho quindi votato per un leader, ed un partito, non in linea con la mia educazione. Nanni Moretti nel 2002 urlava in piazza a Roma: “Con questi leader non vinceremo mai”. Non sbagliava. Ma attenzione: non sbagliava non perché la classe dirigente del PD è composta da uomini brutti e cattivi, o disonesti. No. E’ solo composta da personaggi anacronistici. La riprova è nei movimenti di queste ore. Checché ne dica Repubblica, si vocifera che alti dirigenti caldeggino lo scendere a patti con il PDL. Qualcuno spieghi a questi signori che la Prima Repubblica è finita vent’anni fa.

 Anche Berlusconi non è post-ideologico. Ha impostato tutte, dico tutte, le sue campagne elettorali sul pericolo comunista. Lui si presenta dal 1994 come l’alfiere di una libertà che ha qualcosa di reaganiano, di anni ’80, di benessere e di una spensieratezza detassata, contrapposta all’impero del male, illiberale, e fra l’altro avido di soldi dei cittadini. Il suo dire di opporsi ad un’ideologia lo rende ideologico a sua volta, semplicemente per converso. Chiedo scusa ai miei concittadini anche su questo punto: speravo che in Italia ci fosse più gente con la memoria lunga, o con un’integrità morale sufficiente per non votarlo di nuovo, perlomeno non con queste percentuali. Perdonatemi. Ho sottovalutato la capacità degli italiani di farsi del male.

Dicevamo sull’ideologia. Se Renzi è il primo leader post-ideologico di un partito che ha le sue radici in due grandi ideologie (la socialdemocrazia e il cattolicesimo sociale), Grillo, invece, è indubbiamente il primo leader del primo movimento post-ideologico. La sua base elettorale è mista. Anziani, giovani, giovanissimi, quarantenni, sessantenni ex-sessantottini, monarchici meridionalisti, Celentano, no-TAV, Dario Fo. Insomma, chiunque. E’ trasversale, sfugge ad ogni classificazione. Così come lo sono i tempi in cui viviamo. Siamo usciti, più di vent’anni fa, da un’epoca in cui il mondo era facilmente intellegibile. Due blocchi: buoni o cattivi, le terze vie erano soffocate. Poi, il caos geopolitico, che ci domina tutt’ora. Nuove potenze emergono, che non sono incasellabili in una o in un’altra posizione. Il MoVimento 5 Stelle è lo specchio di questi tempi. Fare i conti con loro non sarà facile. Il mondo nuovo non vuole mai scendere a patti con quello vecchio, perché la distruzione del vecchio è la sola cosa che legittima l’avanzare del nuovo. Altrimenti, che novità rappresenterebbe?

Con questo non voglio dire che non si troveranno delle convergenze, su singoli atti, in parlamento. Certo è che nel semestre bianco il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere. Quindi, di elezioni anticipate a brevissimo non se ne parla. Se sarà questa la strada, dovrà farlo il prossimo Presidente. Eleggerlo sarà tutt’altro che facile. Una cosa però si può già dire. Il centrosinistra, magari coadiuvato da Monti, ha i numeri per eleggere un “suo” uomo, come Prodi, ad esempio. La natura cauta (uso un eufemismo) dell’establishment del PD porterà ad inevitabili quanto estenuanti mediazioni con il PDL, all’insegna della responsabilità, con la spada di Damocle del Paese che sta attraversando una difficile congiuntura economica, e che quindi va governato con senno, con rettitudine, etc.

Io dico: NO. Non più. Abbiamo già dato.

All’insegna della responsabilità, del trovare convergenze, del parlare a tutte le forze del Parlamento, abbiamo negli anni evitato di andare allo scontro frontale con una parte del Paese, che andava capito, rassicurato, “ricondotto all’ovile”. Ci siamo permessi di metterci su un piedistallo morale, intellettuale, sociale. Abbiamo così barattato una legge sul conflitto d’interessi (con D’Alema nel 1997) con una bicamerale. Abbiamo evitato (con Prodi nel 2006) di riformare la pessima legge elettorale, che è il principale motivo per il quale stamani l’Italia si è svegliata senza un governo stabile. Abbiamo evitato (nel 2011) di andare subito al voto perché l’Italia era sull’orlo della paralisi, buttando così alle ortiche una facile vittoria e la liquidazione del berlusconismo. Abbiamo appoggiato (per tutto il 2012) il governo Monti, fedelmente, anche quando indifendibile (vedasi riforma del lavoro, con la vergogna, ancora insoluta, degli esodati, tanto per dirne una).

Si è sempre detto in questi mesi che Monti era la cura, l’unica soluzione. Ebbene, al di là del chiacchiericcio, il malato è tutt’altro che guarito, e non sta (se non impercettibilmente) meglio. La linea del sobbarcarci sempre tutto per senso di responsabilità non ha pagato. Ne hanno goduto solo i populismi. E’ ora quindi di avere una parola chiara, unica, inequivocabile, quella che manca da anni in questa sinistra. NO. Bisogna saperlo dire. Anche ieri, martedì pomeriggio, sentendo la vergognosa conferenza stampa di Bersani, non è apparsa una linea definita sul da farsi, cosa che invece è apparsa subito, lunedì sera, nelle parole di Vendola. Il governo “contro natura” PD-PDL è da evitare assolutamente. Si approvi una nuova legge elettorale, si elegga un nuovo Presidente (congedando in anticipo Napolitano) e si voti di nuovo. Se sarà Berlusconi a vincere, ebbene, se lo sarà meritato. Ma il Paese ha bisogno di un governo stabile. Di quale colore, è paradossalmente (vista l’attuale kafkiana situazione) relativo.

Ma come andare ad elezioni? Con quale leader? Il destino di Bersani, mi spiace dirlo, è segnato. Terrà in mano qualche mese, ma poi cederà il passo come segretario. Era già intenzionato a farlo perché si vedeva a Palazzo Chigi. Ora dovrà invece accontentarsi di tornare a Bettola. Una cosa è certa. Non potrà essere lui a portare il centrosinistra ad elezioni, nonostante le farneticanti dichiarazioni di oggi di un’altra mente che si considera superiore, il pessimo Enrico Letta. Toccherà a Renzi? Temo una cosa: che sia presto. Il suo turno, e qui ritorno alle scuse, era per queste elezioni. Rischiare di bruciarlo fra sei mesi non so quanto possa risultare utile. E’ questo forse il nodo più intricato della questione. Ovviamente, al netto delle primarie. Che si facciano o no, è assolutamente irrilevante. Non credo che nessun leader attuale del PD abbia la forza per contrastarlo.

Ci avviamo alla chiusura. Qualche considerazione volante. Una buona notizia c’è: resta fuori dal Parlamento Ingroia con Di Pietro, polverizzando così la iattura dei magistrati in politica. Vergognosa la sua accusa al PD che sarebbe stato, a suo dire, la causa dell’elezione persa da Rivoluzione Civile. Il magistrato ha poi accusato la stampa, definita parziale e oscurantista. Evidentemente, le sedute da Santoro non sono conteggiate come stampa… Da notare come le motivazioni addotte da Ingroia ricordino quelle di Berlusconi: è colpa della sinistra, della stampa, sempre degli altri. Pericolose assonanze fra populisti, che solo in apparenza sono differenti. Al magistrato evidentemente manca il senso di autocritica, come del resto questo è completamente assente, da sempre, nel Cavaliere. Senso di autocritica che invece sembra non mancare al sindaco De Magistris, vero deus ex machina di questo harakiri elettorale. Ha definito chiuso l’esperimento Rivoluzione Civile. Spero che questa affermazione sia poi seguita da azioni, quali il cominciare ad occuparsi (così, tanto per fare) della città che lo ha eletto. Utili suggerimenti li troverà da chi, nel 1993, prese in mano un Comune non sull’orlo del dissesto, ma in dissesto: l’odiato Antonio Bassolino, che oggi ha rilasciato una splendida, quanto lucidissima, intervista al Corriere del Mezzogiorno. Si ha solo da imparare dalla gestione della città di Napoli fra il 1993 ed il 2001, e questa è una verità storica che si sta re-imponendo pian piano agli osservatori della politica, di qualunque colore.

Una notazione sul progetto del centro di Monti. Dopo il Terzo Polo (UDC+FLI+API), è questo il secondo esperimento politico guidato apertamente, o dietro le quinte come in questo caso, da Casini che puntualmente naufraga. I centristi speravano di essere l’ago della bilancia del futuro governo, così da condizionarne le scelte – in continuità con una certa idea democristiana della politica. Invece, si ritrovano nell’irrilevanza più totale. Questo segna il fallimento del progetto di Todi, ossia l’idea di ricostruire una casa comune per tutti i moderati d’Italia, ricostruendo de facto la DC. Ma dove è finito, quindi, l’elettorato cattolico italiano? Si è spalmato in maniera disomogenea su tutti i partiti esistenti? O forse, come la maggior parte degli analisti reputa, l’elettorato cattolico si ritrova ancora sotto l’ombrello berlusconiano? Ciò, alla luce dei tanti scandali, dovrebbe però indurre la Chiesa e le sue strutture, a partire dal volontariato di stampo religioso, a porsi delle serie domande su che cosa voglia dire essere cattolici, oggi, in Italia.

L’ultima considerazione è sulla stampa. In Francia, un minuto (si, avete letto bene: un minuto) dopo la chiusura dei seggi alle ultime presidenziali in maggio 2012, gli exit-poll davano per vincente l’attuale presidente Hollande. Dopo ore, il risultato è rimasto invariato, con le stesse percentuali. Ora, assodata l’eccezionale volatilità e liquidità dei dati di questa tornata elettorale, che ha visto tanti nuovi attori sulla scena politica (Monti, Grillo, Ingroia, Giannino), risulta incredibile come nessuna, e sottolineo nessuna, percentuale sul prima sia stata indovinata. Clamoroso poi il caso instant-poll, che sono stati sbugiardati tempo un’ora. I casi sono due, e non necessariamente si escludono: o gli italiani intervistati dicono balle agli intervistatori che raccolgono i dati (e non ci sarebbe da meravigliarsi: un secondo dopo la chiusura delle urne, trovare anche un solo berlusconiano è impossibile), o in Italia non si sa fare della seria statistica.

Concludo, davvero. Ci sarebbero tante analisi da fare sui flussi e le percentuali di voti che hanno contraddistinto queste elezioni, che tanto ci possono dire su dove l’Italia stia andando. Ma non è questa la sede. Voglio solo rinnovare le mie scuse alla mia generazione. Ho preferito restare, qualche mese fa, a casa con una figura paterna come può essere quella di Bersani, a farmi raccontare come era il mondo quando un muro ancora lo divideva, pensando che imparare dal passato fosse sufficiente per affrontare il futuro.

Avrei potuto invece scegliere di uscire con gli amici, con i miei coetanei, imparando così meno cose sul passato, ma divertendomi liberando la mente, immaginando il futuro, sognando a occhi aperti, dietro slogan facili, ma detti con l’entusiasmo e l’energia che ha solo chi sa di avere davanti a sé il tempo biologico per poter realizzare un domani diverso.

Forse, se avessi scelto di uscire con gli amici, e come me tanti altri, non sarebbe cambiato nulla comunque.

Ma almeno sarei in pace con me stesso, e con la mia generazione.

Scusate se è poco.

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3 risposte a Ho sbagliato, e chiedo scusa.

  1. Giorgio Massa ha detto:

    Carissimo Roberto

    A prescindere dai complimenti per l`usuale eleganza della tua analisi vorrei, se me lo concedi aggiungere un paio di considerazioni.
    In prima istanza non possiamo non considerare che ci troviamo in una situazione generale estremamente caotica e fragile, e come sempre quando la gente ha paura si comporta in modi non proprio logici. Premesso ciò, io temo che, limitarsi a dire che la scelta di Bersani come candidato sia stata la chiave di queste elezioni, sia riduttivo. Sono certo che Renzi avrebbe saputo impostare una campagna molto più coinvolgente e comunicativa ma non credo che sarebbe stato abbastanza. Per due motivi: Primo facendo una rapida analisi delle intenzioni di voto dei nostri coetanei appartenenti al PD nelle settimane delle primarie ho notato che i più giovani erano anche i più conservative, la maggior parte dei quali schierati con Bersani. Questo è un chiato indice di un partito che seleziona e alleva la propria classe dirigente in modo preoccupante, non si è mai visto che i giovani siano più attaccati alle strutture dei vecchi. Secondo, anche se Renzi avesse (come io credo probabile) eroso consesi sia al PDL che ai 5Stelle, a causa della mai abbastanza vituperata legge elettorale probabilmente ci saremmo ritrovati nella stessa situazione di stallo magari con numeri un pò più ragionevoli.
    Premesso tutto ciò quello che vorrei sottolineare è che il PD ha molta strada da fare per riportare gli italiani a credere in esso. Questo cammino passa per un completo rinnovamento della classe dirigente e per una maggiore apertura nei confronti di quella che, con un’espressione quantomai odiosa, viene definita società civile. Basta schemi da partito comunista degli anni ’60 l’Italia ha bisogno di un partiti più leggeri e meno attaccati alle liturgie. Partiti nei quali il peso dei capicorrente sia ridotto al minimo e in cui le strutture locali siano collettore di idee e non piccoli bastioni di interessi particolari.

  2. Roberto Calise ha detto:

    Caro Giorgio,
    innanzitutto ti ringrazio per i tuoi complimenti, e sopratutto per il tuo commento che certamente arricchisce la mia analisi.
    Analisi però che era volutamente impostata su una riflessione strettamente personale.
    So bene, come te e chiunque segua un minimo la politica, che è parziale quanto ingiusto scaricare tutte le colpe su Bersani.
    Per tale ragione, mi sono limitato a parlare delle mie, ovviamente ampliando un po’ lo scope.
    Ho percepito come errata la scelta da me fatta qualche mese fa, pur credendo (ieri come ora) fermamente nelle qualità umane e nella competenza di Bersani, che è un politico di cui l’Italia ha bisogno, ma non quello che ora merita.
    La differenza è semanticamente sottile: sono sicuro che tu la noterai, capendomi.
    Ti abbraccio, sperando di vederti presto!

  3. Jonathan P. Cutuli ha detto:

    Caro Roberto,
    mi accodo ai complimenti del tuo amico Giorgio. Dalla tua dettagliata analisi emerge un segno di grande maturità e saggezza, perché alla luce dei fatti ti sei reso conto che effettivamente il PARTITO DEMOCRATICO non ha perso il 25 febbraio 2013, bensì il 2 dicembre 2012, quando, a furor di popolo, gli elettori hanno preferito “rifugiarsi” dietro la figura del buon padre di famiglia piuttosto che affidare tutto al “giovane scapestrato”.
    Premettendo che è riduttivo attribuire l’insuccesso di una tornata elettorale ad un solo uomo, non posso che concordare con te su tutto. La storia non si fa con i se e con i ma, anche se una cosa è CERTA: la carica carismatica, l’ars oratoria, l’appeal politico (nei confronti anche di altri politici) e l’elemento di rottura che rappresentava Renzi, avrebbero senz’altro dato del filo da torcere sia alla campagna populista del Cavaliere, che ancora una volta si è rivelato MIGLIOR conoscitore in assoluto dei mezzi comunicativi e della comunicazione politica in sé; sia alla campagna elettorale di Grillo, impostata sulla lunga esperienza nel mondo dello spettacolo che gli ha permesso di catalizzare il malcontento diffuso fra la gente, riempiendo le piazze, luogo democratico di formazione politica per eccellenza. (Da questo punto di vista trovo geniale l’idea di rifiutarsi categoricamente di recarsi nei talk-show, piuttosto che declinare inviti a scontri con gli altri leaders in TV: ha capito che quello era il terreno fertile di Berlusconi, e ha preferito battere altre strade).
    In questo modo il linguaggio lento, aulico e sibillino del segretario è stato letteralmente fagocitato dai due avversari che a queste elezioni si giocavano tutto: da un lato la coalizione di Berlusconi alla vigilia delle elezioni era data per spacciata; nessuno avrebbe mai immaginato che, come una fenice, il Cavaliere potesse risorgere dalle sue ceneri con numeri che hanno dell’incredibile; eppure ha capito che senza di lui il destino del PDL era segnato, quindi ha deciso di mettere in campo tutta la sua VERVE per recuperare il terreno perso. E c’è riuscito. Dall’altro Grillo, che si presentava per la prima volta alle elezioni voleva, doveva, o meglio sapeva che avrebbe potuto ottenere degli ottimi risultati (anche se poi i risultati sono stati ben oltre le aspettative) quindi ha cercato di spingere al massimo l’acceleratore su tutti i fronti. E a quanto pare il suo tsunami ha travolto tutti.
    Nel frattempo cosa è accaduto al PD durante la campagna elettorale? Bersani e i suoi, diciamolo chiaramente, si sono adagiati sugli allori, forti di un consenso e sostegno creato attorno alle primarie. Nell’aria si respirava aria di vittoria già all’indomani della consacrazione del segretario come leader della coalizione, e questo ha portato tutto ad abbassare la guardia, investendo POCHISSIMO sulla campagna elettorale.
    Risultato?! Chi si è letteralmente fatto in quattro (o in piazza o in tv) ha ottenuto i risultati agognati: magnifica rimonta di Berlusconi e inaspettato exploit di Grillo; chi invece si é illuso di avere la vittoria già in tasca adesso si ritrova nella complicatissima posizione del “re senza il regno”. E credo sia davvero frustante non poter gioire di una vittoria, che non c’è, nonostante i numeri.
    Concludendo, caro Roberto, molti elettori del PD dovrebbero riflettere sul fatto che queste elezioni avrebbero segnato una rottura col passato, un punto di non ritorno; e presentarsi all’appuntamento più importante con un “pezzo” di passato (nelle idee e nella presenza) ci ha senz’altro danneggiato. É chiaro che adesso bisogna pensare al futuro del PAESE e cercare di dialogare con l’elemento di novità, ovvero il movimento 5 stelle, per garantire stabilità. Non è più tempo di fare riflessioni o esami coscienza.
    Quanto a Renzi, sono d’accordo di non “bruciarlo” laddove si dovessero presentare nuove elezioni (cosa molto improbabile) anche perché il suo turno era questo!
    Mi auguro comunque che la presenza dei grillini in Parlamento serva a spronare l’operato dei vecchi partiti, PD in primis, che ancora non hanno compreso la transizione che abbiamo compiuto in una nuova fase politica e istituzionale del nostro paese!
    Un abbraccio

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