Come sbagliare tutto e vivere (in)felici

Quasi due mesi fa scrivevo un commento, amaro, post-elezioni. Scrivevo del mio pentimento per aver appoggiato Bersani, per non aver seguito l’onda generazionale, a me anagraficamente più vicina, di Renzi.

Alla vigilia del più importante momento della vita pubblica del nostro Paese, l’elezione del Presidente della Repubblica, che avverrà verosimilmente domani, venerdì 19 aprile, non posso che confermare quanto già scritto.

In questi due mesi, tutto quel che si poteva sbagliare lo si è sbagliato. La situazione politica non è certo semplice, per carità. Le geometrie sono estremamente variabili, tante variabili nuove si incrociano. Non è mia intenzione farmi maestro di niente, sia ben chiaro.

Sono però un elettore. Fedele. E confuso.

Grandi intese? No. Qui, in Italia, no. Non è possibile, non ci sono i requisiti per trattare con chi ha devastato il Paese.

Parliamo ai nuovi. Parliamo ai grillini. Recepiamo la domanda di cambiamento. Strutturiamola. Corteggiamoli. Andiamo in streaming. Prostriamoci.

La persona non è importante. Il leader non è indispensabile. Ci si può fare da parte, se serve. Per il bene del Paese. Ma serve un governo, non nuove elezioni.

Tutto questo schema è saltato.

Abbiamo inseguito un movimento che ritiene l’attuale modello di democrazia rappresentativa giunto al capolinea. Non poteva che andare come è effettivamente andata, ossia uno sdegnato diniego davanti a proposte di collaborazione.

Abbiamo sdegnato un partito ritenuto inaffidabile, il prodotto della parte deteriore della società italiana. Ora, ne invochiamo l’aiuto.

In un Paese normale, la I carica dello Stato sarebbe certamente il prodotto di un accordo bipartisan. E’ una cosa normale, condivisibile, di civiltà. La persona, Marini, è poi stimabile. E’ una persona perbene. E’ finito in qualcosa più grande di lui.

Ma il problema è il metodo, perché noi NON siamo un Paese normale. Non lo è un Paese che si è tenuto, e continua a votare, per vent’anni un’anomalia come Berlusconi. Non lo è un Paese in cui lo sdegno verso la propria classe politica tocca percentuali a due cifre.

In un Paese non-normale, misure normali non si possono adottare.

Lo si è provato per vent’anni, e per vent’anni si è fallito.

Che fare allora? Piegarsi agli umori della piazza?

Non so. Certamente, per due mesi il pallino dell’iniziativa è stato in mano ad altri. L’attività del PD è stata “a rimorchio”, discutendo su quel che gli altri, in altri luoghi, con altre persone e con altri metodi, decidevano. Ciò è avvenuto anche per l’elezione del Capo dello Stato.

Non si può sempre giocare di rimessa. Si devono accettare i rischi di un azzardo, alle volte. E’ ora di chiudere la partita delle partite, che è quella di questa ventennale anomalia.

Riprendo Renzi, a cui mi sento sempre più vicino non per meriti suoi, ma per demeriti altrui.

Non si barattano i prossimi sette anni per le prossime sette settimane. Non si baratta un Presidente “condiviso”, che garantisca un salvacondotto giudiziario a Berlusconi, per un governo Bersani, o a “guida” PD, che comunque avrà vita breve.

Non si risponde così ad un Paese in subbuglio.

Non è necessario sentire l’umore della piazza, ma basterebbe sentire quello della propria coscienza. Non si può, ancora una volta, risuscitare Berlusconi, il quale ha conquistato l’Italia più per demeriti della sinistra che per meriti suoi.

Basta con il morettiano “continuiamo così, facciamoci del male”.

Per una volta, rischiamo. Prendiamoci una vera responsabilità.

Di tatticismi si muore, e noi siamo già feriti.

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Una risposta a Come sbagliare tutto e vivere (in)felici

  1. Marcella Nesset ha detto:

    “La persona non è importante. Il leader non è indispensabile. Ci si può fare da parte, se serve. Per il bene del Paese. Ma serve un governo, non nuove elezioni.”
    Bacio in fronte! posso?

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