La traversata nel deserto

La traversata nel deserto della destra italiana è cominciata vent’anni fa.

Sbaglia chi pensa che il centrodestra solo ora debba reinventarsi, ammodernarsi, rinfrescarsi. Sbaglia perché il berlusconismo ha fatto più male al centrodestra che (forse) al centrosinistra. Di sicuro ha fatto malissimo al Paese, ma questa è, in parte, un’altra storia.

Certo è che anche il Paese avrebbe goduto di una destra realmente conservatrice, latrice di valori quali ordine e sicurezza, giustizia inflessibile, statura morale – perché no, anche di stampo fortemente cattolico.

Tutto questo non c’è stato, in quanto tutti –e sottolineo, tutti- si sono piegati ai voleri del padrone, assecondandone desideri di ogni tipo, dai desideri di scudi e protezioni giudiziarie, a desideri molto più inconfessabili, ma comunque venuti tristemente a galla.

Per tale motivazione, fa ancora più tristezza sentire uno dei colonnelli del PDL, la Santanché, rilasciare interviste come quella di ieri. Mi si dirà: lei non conta nulla. Basta leggere il fuoco di fila di dichiarazioni di altri importantissimi esponenti del partito – fra cui il suo segretario, Alfano – per capire che non è così.

La Santanché, è bene ricordarlo, nel 2008 era candidata premier per conto de La Destra di Storace. Infuocati erano i suoi comizi. Frasi molto dure erano rivolte proprio al suo attuale datore di lavoro, Berlusconi. Post elezioni, la conversione sulla via di Damasco.

L’onorevole quindi ben conosce il significato della parola “coerenza”. Nonostante ciò, l’idea di un partito “scaduto”, che non è più nel cuore degli italiani, e che quindi necessita di essere sostituito, è la quintessenza della destra di questi anni, e della sua dipendenza dagli umori del suo demiurgo.

Molti partiti europei hanno conosciuto lunghe traversate nel deserto, lunghi periodi di sconfitte elettorali, lunghi periodi di dissidi e lotte interne. Non mi risulta, però, che i socialisti francesi o la CDU tedesca, nei (anche numerosi) anni durante i quali non erano al governo del paese abbiano cambiato nome, facendo vistosi maquillage di facciata, ma senza sostanza alcuna.

La destra italiana, ora come non mai, ha bisogno di silenzio, e di lavoro. Ha bisogno di ricostruirsi dall’interno. Cambiare un nome di un partito senza cambiarne i volti, il segretario (eleggendone uno vero, non una marionetta…), le strutture di governance, non ha senso. E’ un processo lungo, che può prendere anni. Il PD ne sa qualcosa. Ed è un processo certamente molto meno appariscente, lontano anni luce dalle canzoncine e dalle bandiere colorate che hanno rappresentato la cifra stilistica della destra nostrana degli ultimi vent’anni. Questo è quindi un processo lontano anni luce dal “sentire” del suo deus ex machina.

La destra italiana ha un bisogno disperato di liberarsi di Berlusconi, e della sua visione della politica. Solo quando lo capirà, e si rifarà ai veri “padri nobili” del suo pantheon, che sono ben altri, allora potrà dire che la traversata nel deserto è, finalmente, giunta a termine.

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La fine del montismo?

Solo un mese fa, all’annuncio quasi trionfale fatto, non a caso, dall’America, davanti al mondo intero, nessuno avrebbe scommesso un euro contro Monti. Impelagati nell’elaborare una nuova legge elettorale, con tagli importanti ancora da fare al bilancio dello Stato, la politica appariva in stallo. Numeri alla mano, con la candidatura di Berlusconi che aleggiava nell’aria, sembrava non ci fosse alcuna forza politica che potesse prendere nettamente il sopravvento, e quindi formare un governo autosufficiente.

Ma se per quasi vent’anni la politica italiana è stata semi-immobile, e con essa il Paese, da un anno a questa parte la storia è cambiata. In questo momento non vi è nessun palcoscenico, a livello mondiale, più interessante da seguire per uno scienziato politico. Neanche le elezioni americane possono competere. Improvvisamente, dopo vent’anni di schieramenti flessibili ma chiari, non si sa cosa succederà da qui a qualche mese. Anzi, si è costretti a rivedere sempre “al ribasso”, temporalmente parlando, le proprie aspettative. Ormai non si sa cosa succederà neanche durante la prossima settimana. Scandali e dichiarazioni sempre più “di rottura” si susseguono. In meno di trenta giorni: Monti si è dichiarato disponibile a “servire ancora il suo Paese”; Berlusconi si è (pare…) definitivamente ritirato; la Polverini si è dimessa; l’IDV ed il suo giustizialismo vacillano sempre causa regione Lazio; la procura di Palermo sostiene che viviamo in una monarchia; Napolitano ha definitivamente chiuso le porte ad una sua ricandidatura, così come Veltroni, la Turco, Castagnetti, D’Ambrosio, anche se per scranni ben meno importanti; decine di sindaci e presidenti di Provincia hanno lasciato il posto per puntare al Parlamento; si è proposto di abolire, oltre a molte province, anche lo statuto speciale per la regione siciliana; e nel mentre la campagna elettorale in Sicilia è ormai, nella colpevole indifferenza generale, entrata nel vivo; infine, Grillo non è affogato attraversando lo Stretto, ma gode anzi di ottima (elettoralmente parlando e non) salute.

Da questo elenco che, letto (e scritto) tutto d’un fiato, lascia a bocca aperta, ho volutamente non incluso degli elementi, che portano, a mio avviso, tutti in una sola direzione, nonostante le volontà del Professore. La fine del suo governo, senza possibilità d’appello.

Questi sono: l’entrata nel vivo delle primarie del PD, la fine del Celeste Impero Lombardo, la discussione sulla legge di stabilità e il problema degli esodati.

Il centrodestra si sta, finalmente, sfaldando. Il PDL uber alles. Era solo questione di tempo. E il tempo, si sa, è galantuomo. Contraddizioni e “antropologiche differenze” (cit.) stanno venendo a galla, e con esse il malaffare (o, semplicemente, la malagestione) a loro legate a doppio filo. La fine di Formigoni è stato il colpo di grazia ad un partito ormai più “libero” che mai. Con la Lega che tenta di smarcarsi, immolando il Celeste, sarà però difficile intavolare una seria alleanza per le politiche. Quand’anche lo si facesse, questa sarebbe assai traballante. L’incredibile vicenda del patto con Formigoni per azzerare la giunta e ripartire, stretto fra lui, Maroni e Alfano, lo dimostra. Dopo neanche ventiquattro ore, il consiglio federale leghista ha bocciato quest’ipotesi, ascoltando i malumori della base. Maroni, da uomo intelligente, ha capito che andare contro la base lo avrebbe già da subito portato ad esporsi ad errori, per intenderci, alla Bossi: isolarsi, agire contro tutto e tutti. Quindi, se la parola d’ordine era stata, solo qualche mese fa, pulizia, tale doveva rimanere. E pazienza se si perde qualche posto in regione. Ma se di pulizia si parla, come si potrà parlare, fra solo qualche mese, di alleanze con il partito di Fiorito?

Se un fronte si sfalda, l’altro, invece, si rinsalda. E lo fa, paradossalmente, dividendosi. O almeno, confrontandosi. Sarà una battaglia dura quella delle primarie. Ma sarà una battaglia aperta, sincera. E così già viene percepita dalla gente. Lo dimostrano i sondaggi. Si è innestata una dialettica interessante, pulita, e soprattutto, normale. Niente soldi spesi per suv o cene di gala. Niente voti di mafiosi. Niente bonifici milionari. Niente vergognosi comizi televisivi fatti da personaggi indifendibili (due su tutti: Fiorito a Porta a Porta, e Formigoni a Matrix). Solo Politica. Quella buona, con la P maiuscola. E in un Paese di liste, caste, classi, tutte bloccate, l’idea di poter scegliere il proprio candidato premier, seppur non nuova a sinistra, viene vista come una piccola rivoluzione. In questo, Renzi ha dato una mano. La sua discesa in campo è stata certamente la novità politica degli ultimi mesi. Le sue idee hanno suscitato grande ammirazione, ma anche grandi polemiche (uno su tutti: Scalfari su Repubblica). Le sue parole d’ordine si sono innestate su un sentire e su una voglia generale: quella d’aria nuova. Le prime foglie sono già cadute: Veltroni, la Turco, Castagnetti. Forse toccherà a D’Alema. La presenza di Renzi alle primarie ha, quindi, catalizzato l’attenzione su un solo fronte politico. Il che, a livello sondaggistico, è un bene.

Ovvio che un PD che si sente, ed è, più forte, e che rischia addirittura (non diciamolo!) di vincere le elezioni, non vede di buon occhio un ipotetico ritorno del Professore. Che si è complicato la vita da solo.

La legge di stabilità (ex legge finanziaria) è ormai al vaglio delle camere. Ma in (ormai) piena campagna elettorale, certe proposte, fra cui l’aumento di un punto percentuale dell’IVA, hanno trovato, giustamente, un fuoco di fila ad attenderle, da ogni schieramento. Se poi consideriamo l’ancora incedentemente irrisolta questione degli esodati, il quadro è completo. Il PD è stato il più fedele sostenitore del governo tecnico, mal coadiuvato da un centrodestra svogliato, incapace, inconcludente, infedele: il continuo procrastinare la legge sulla corruzione ne è il più recente esempio. Ma, da alleato fedele, il partito di Bersani sta diventando anche il più autorevole antagonista al partito trasversale del Monti-bis. Notevoli sono state le prese di posizione di Fassina, responsabile economico dei democrat, e ovviamente di Vendola, candidato alle primarie con zero chance di successo, ma alleato fondamentale nelle elezioni che verranno. In più, c’è la voglia, da parte dei democratici, di prendere finalmente, e stabilmente, in mano il governo del Paese. Il partito si sente pronto, maturo, per questa sfida. E tale si sente soprattutto Bersani, il quale, personalmente, spero vinca le primarie. Il Paese ha bisogno delle sue doti di mediatore.

Ci sarà un estremo tentativo di avvelenare i pozzi da parte del centrodestra, per ripetere la porcata del 2005, quando, a pochi mesi dalle elezioni, Berlusconi, Bossi e Casini (si, Casini, il moderato…) cambiarono la legge elettorale per rendere impossibile il governo del Paese. Così fu. L’unica chance affinché questo non si ripeta è che lo scandalo delle regioni indebolisca così tanto il centrodestra da rendere vana la sua pur sempre notevole presenza in parlamento, costringendolo così a venire a patti con un sempre più vigoroso PD. C’è però un’ulteriore, e temibile, variabile. Stavolta il tentativo di cambiare la legge elettorale ha un nobile sponsor: questi è il Presidente Napolitano, che probabilmente in cuor suo teme l’incapacità di governare dell’attuale centrosinistra, e spera nel ritorno di Monti.

Ma se davvero il Professore vuol tornare a palazzo Chigi da protagonista e non da semplice comprimario, dovrà agire di conseguenza, vestendosi, per qualche mese, da politico, e ragionando meglio sul peso delle scelte del suo governo.

Il tempo dei tecnici, comunque la si guardi, è dunque scaduto.

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Cinque libri ed una coppa di cioccolatini

La scorsa settimana, a Roma vi è stato l’importante congresso della Chirurgia Italiana, inaugurato addirittura dal Presidente della Repubblica.

A prendervi parte, migliaia di medici, professionisti del settore farmaceutico, rivenditori di costosissime apparecchiature robotiche, che rappresentano il futuro della chirurgia.

Tutti professionisti di un certo livello: gente colta, istruita.

Fra questi, v’ero anch’io, per questioni di famiglia.

Nei numerosi stand di apparecchiature mediche, spesso erano offerte caramelle, cioccolatini, o simili. Mi soffermo presso uno stand che offre dei cioccolatini, ben disposti in una coppa di vetro. Fulmineo, un signore si avvicina, e ne prende una corposa manciata voracemente. Non ci faccio gran caso. Dopo pochi minuti, ripassa, e con la stessa voracità, ne prende un’altra grossa manciata.

Sono un po’ perplesso. Fisso la hostess dello stand, anche lei perplessa.

Scappa qualche commento ironico, e dopo un po’ lei mi dice: “Guardi che non è nulla: ieri un signore si è preso di forza mezza scodella. Di fronte alle mie rimostranze, mi ha risposto: <Io ho dei bambini>”.

La scorsa settimana, i 5 libri più venduti in Italia erano (in ordine decrescente):

1° – E.I. James, Cinquanta sfumature di grigio

2° – K. Follett, L’inverno del mondo

3° – E.I. James, Cinquanta sfumature di nero

4° – E.I. James, Cinquanta sfumature di rosso

5° – P. Coelho, Il manoscritto ritrovato ad Accra

Nonostante la sempre più pungente crisi economica, solo al 9° posto troviamo un libro che ha una minima attinenza con l’attuale situazione socio economica.

Questo è “Non ci possiamo più permettere lo stato sociale: falso!” di Federico Rampini.

La scorsa settimana, l’Italia ha scoperto che vi è un malcostume diffuso nella gestione della cosa pubblica a livello regionale.

Personaggi discutibili, tronfi nella loro ignoranza e tracotanza, si sono liberamente impossessati, come altri prima di loro, di risorse pubbliche per gli scopi personali più disparati: per permettersi una vacanza, una casa o una cena di lusso, un fuoristrada per meglio affrontare la neve eccezionale dello scorso febbraio o una smart per ovviare all’impossibilità di parcheggiare in città (invece di pensare a promuovere il trasporto pubblico…).

Inoltre, la scorsa settimana si è scoperto che questa scarsa qualità etica, sociale, umana, dei personaggi coinvolti in queste becere ruberie, non dipende esclusivamente dallo scollamento tra rappresentanti e rappresentati.

I politici sotto accusa sono difatti stati eletti direttamente dal popolo, tramite le preferenze.

La principale accusa quindi mossa all’attuale legge elettorale (“un parlamento di nominati dai partiti è un parlamento di minore qualità e spessore etico e morale”) è perlomeno da rivedere.

La scorsa settimana, sono avvenuti, fra tanti, questi tre avvenimenti, apparentemente diversissimi e non collegati tra loro.

A mio avviso, non è così.

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Francia: verso una vittoria di Hollande? – da Gli Euros.eu

Pubblico anche qui un’analisi “light” sulle presidenziali francesi di domenica 6 maggio; analisi scritta per Gli Euros, rivista online che si occupa di attualità europea, ed interamente composta da giovani professionisti ed appassionati di questioni europee, come il mio collega e amico Giuseppe Ciarliero. Sono stato molto contento di questa collaborazione, e spero si possa ripetere in futuro. Vi prego quindi di dare un’occhiata al sito (basta cliccare QUI) in quanto credo fermamente che iniziative del genere vadano solo incoraggiate, sopratutto in tempi difficili come questi, dove capire come funziona l’Europa è di fondamentale importanza, evitando di cavalcare falsi miti su nazioni chiuse in se stesse.

A poche ore dal voto del 6 maggio in Francia, che deciderà chi sarà il ventiquattresimo Presidente della Repubblica Francese, il quadro politico è ormai completo, e chiaro: tutti e tre i principali perdenti del primo turno (Marine Le Pen, François Bayrou e Jean-Luc Mélanchon) hanno dichiarato come agiranno al secondo turno.

E le borse, che incombevano il giorno dopo i risultati del primo turno con i loro mal di pancia, sembrano essersi (per ora) calmate. Cosa succederà la prossima domenica, quindi, sembra non sarà una sorpresa.

I sondaggi d’oltralpe, mediamente, accreditano il socialista François Hollande come vincitore, con il 53% dei suffragi. Nicolas Sarkozy, invece, s’inchioderà intorno al 47%, conquistando un secondo posto su un podio tutto speciale, e ben poco onorevole (politicamente parlando).

Se così fosse, Sarkozy sarebbe il secondo presidente della Quinta Repubblica Francese a non essere riconfermato per un secondo mandato. Il primo (e per ora unico) esempio fu Valéry Giscard d’Estaing, che perse le elezioni del 1981 contro François Mitterrand, l’ultimo presidente socialista francese, che governò per due mandati, fino al 1995.

Le due settimane fra il primo ed il secondo turno elettorale sono volate senza grandi colpi di scena. Appena le urne del primo turno delle elezioni presidenziali (domenica 22 aprile) si sono chiuse, Jean-Luc Mélanchon, candidato della sinistra radicale, si è affrettato a chiedere ai suoi sostenitori (11,10% dei suffragi) di votare per Hollande. Prevedibile.

A Nicolas Sarkozy, quindi, per recuperare lo svantaggio, acuito dai voti della sinistra radicale, non è rimasto che puntare al cospicuo elettorato che, al primo turno, aveva scelto la leader di estrema destra Marine Le Pen.

Quest’ultima sperava di superare il primato del padre, Jean-Marie, che nel 2002, grazie al suo 16,86%, si era guadagnato l’accesso al secondo turno per sfidare l’uscente Jacques Chirac. C’è riuscita, raccogliendo il 17,90% dei voti. La campagna elettorale di Sarkozy è così diventata più aggressiva, più rabbiosa, più decisa, nel tentativo di conquistarsi le simpatie dell’estrema destra; quelle stesse simpatie che, nel 2007, l’avevano portato all’Eliseo, saccheggiando, per l’appunto, il bacino elettorale del vecchio Jean-Marie Le Pen, ridotto ad un ben più mite 10,44% dei consensi.

Ma questa spinta verso l’estrema destra è costata a Sarkozy l’alienarsi l’elettorato moderato del centrista François Bayrou, che con il suo 9,13% può essere il vero ago della bilancia. Egli stesso ha dichiarato, giovedì 3 maggio, che voterà personalmente Hollande, lasciando però libertà di scelta ai suoi elettori. Ma l’endorsement per il socialista è chiaro. Se a questo sommiamo l’appello di Marine Le Pen ai suoi sostenitori di votare scheda bianca, e considerati i sopra citati sondaggi, allora sembra davvero che il presidente più mediatico della recente storia francese si possa già considerare come appartenente al passato.

Eppure, il giorno dopo primo turno, lunedì 23 aprile, la strada sembrava tutta in salita per Hollande, nonostante il momentaneo vantaggio. L’Europa si è difatti svegliata con l’incubo incombente di un disastro in borsa. Le principali piazze affaristiche del vecchio continente avevano bruciato, in un sol giorno, diversi miliardi di euro. Solo un punto e mezzo separava i due sfidanti, eppure sembrava che gli investitori avessero già bocciato il cambio di passo francese, che aveva visto Hollande vincere sul presidente uscente Sarkozy con il 28,63%.

Col passare dei giorni, la situazione borsistica sembra essersi (momentaneamente) rasserenata, levando così a Sarkozy la sua arma principale: agitare lo spettro del fallimento economico della Francia, se Hollande avesse vinto. Uno spettro che, a dir la verità, è ancora presente, anche se non in questi termini.

François Hollande è difatti dichiaratamente contrario alla politica del rigore imposta in questi ultimi anni a tutta l’Europa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, e sposata convintamente dal repubblicano Sarkozy.

Se sarà eletto, il neo-presidente francese si troverà ad operare in un’Europa sostanzialmente monocolore: in Spagna e Portogallo nel 2011 sono tornati al governo i partiti di centro-destra, e così sembra avverrà anche in Grecia, attualmente commissariata da tecnici di stampo neo-liberista, così come l’Italia. E poi, ovviamente, c’è la Germania a guida CDU.

In questo momento nel Vecchio Continente vige il pensiero unico: alla crisi economica provocata dall’economia neo-liberista e dalla finanza, si reagisce con un rigore di stampo… neo-liberista. Le borse non potranno non tenere conto di questo cambiamento. O meglio, più che le borse, la speculazione finanziaria, che non aspetta altro che un paese europeo più debole da attaccare, come già successo con Grecia, Italia, e, negli ultimi giorni, Spagna.

Hollande rappresenta certamente un elemento di rottura nel quadro europeo: se sarà eletto, ha dichiarato, metterà in discussione da subito il patto di bilancio della UE. Ma se le borse si sono calmate, in queste due settimane, è forse anche merito di quanto dichiarato dal presidente della BCE Mario Draghi, il quale, lo scorso 25 aprile, ha invitato i governi europei ad adoperarsi per stimolare la crescita economica, concentrandosi non solo sul, sempre necessario, rigore nei conti.

Inoltre, se sarà eletto, anche la Merkel, che le piaccia oppure no, dovrà fare i conti con le proposte di Hollande, che sarà pur sempre a capo della seconda economia d’Europa. La cancelliera tedesca, ben conscia di ciò, ha diplomaticamente dichiarato (dopo aver fatto apertamente il tifo per Sarkozy per il primo turno) che lavorerà benissimo con chiunque verrà eletto in Francia. Il quadro europeo sembra quindi prepararsi all’arrivo della novità Hollande, che trova inaspettati sostenitori perfino fra le fila del PDL nostrano (quali Schifani, Tremonti e addirittura lo stesso Berlusconi).

Chi è invece ancora preoccupato per la sua elezione è il giornale inglese The Economist, che lo scorso 28 aprile titolava: “Il piuttosto pericoloso signor Hollande”. Considerata l’influenza che gli articoli del settimanale inglese hanno avuto in passato su elettorati come quello italiano, François si può considerare già all’Eliseo.

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Diaz & il germe neofascista nella Polizia nostrana

Il cinema italiano è stato spesso veicolo di denuncia, di ogni tipologia. Dal neorealismo che rappresentava con crudezza le condizioni di vita post-guerra, passando per i film d’impegno politico degli anni ’70 (soprattutto circa il movimento operaio), a pellicole che hanno ricostruito casi oscuri della nostra recente storia, come la strage di Ustica. Una categoria a se stante rappresentano, poi, i film su mafia, camorra, criminalità organizzata in generale. Negli ultimi anni, sul grande schermo sono state affrontate differenti tematiche, dal tramonto del mondo operaio (Il posto dell’anima), all’annichilimento della cultura nell’Italia berlusconiana (Il Caimano), alla degenerazione del capitalismo nostrano (Il gioiellino). Per una strana coincidenza, però, questi primi mesi del 2012 sono stati segnati da due pellicole, che trattano un tema, oserei dire, classicamente italiano, ossia carsico, che non viene affrontato apertamente, come in una moderna democrazia si dovrebbe fare: il tema del germe neofascista insito nelle nostre forze di polizia, e la degenerazione che questo fenomeno comporta.

ACAB (questa è la prima pellicola) lo affronta più direttamente, mettendo in luce come una certa idea di ordine sociale, una certa idea di estetica, una certa idea di impunità e superiorità rispetto alla legge che gli agenti stessi dovrebbero rappresentare, serpeggia fra le forze dell’ordine. Si dirà: è un’eccezione. E’ un caso limite. Sono pochi elementi, magari sanzionati (nel caso in cui commettano illeciti) dai loro superiori. Si dirà: non sono rappresentativi della realtà delle forze dell’ordine in Italia.

A tutte queste (logiche) perplessità, a tutti questi distinguo, risponde la seconda pellicola, Diaz. E risponde in un modo molto diretto, molto esplicito. Alla stregua di un dialogo fra due persone, nel quale la seconda persona si alza in piedi, di scatto, e molla un calcio in faccia alla prima.

Diaz è sicuramente un film più “politico” (non nel senso di fazioso), molto più completo di ACAB. Se quest’ultimo aveva la pretesa di sollevare una questione percepita come generale, di un malcostume diffuso nella polizia italiana, paradossalmente Diaz, con la sua struttura narrativa incentrata solo ed esclusivamente su UN episodio storico (il G8 di Genova), ci restituisce un affresco a più ampio respiro, capace davvero di mettere in luce malcostumi diffusi, e non limitati alla sola Polizia di Stato.

I fatti narrati in Diaz, in teoria, li conoscono tutti. In pratica, nell’Italia dalla memoria corta, nessuno, soprattutto i più giovani, li ricorda. Nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001, il VI reparto mobile della Polizia di Stato fece irruzione nella scuola genovese Armando Diaz, adibita a dormitorio per i partecipanti del Genova Social Forum. L’ordine era, a quanto pare, sgomberare il manufatto, rifugio di pericolosi anarco-insurrezionalisti. La scuola risulterà essere, successivamente, utilizzata da manifestanti per lo più pacifici, e di diversa natura (al suo interno, anche tanti giornalisti, italiani ed esteri). Quindi, per giustificare un’operazione tutt’ora inspiegabile nelle sue modalità e nella sua portata, molti ritrovamenti di armi furono fabbricati ad hoc dalle forze dell’ordine (esemplare la storia delle due molotov, ritrovate altrove, e portate volontariamente dagli agenti nella scuola). Ho scritto di proposito “molti ritrovamenti”. Nessuno esclude, infatti, la presenza di violenti all’interno della scuola. Ma certamente non in numero sufficiente da giustificare un’operazione di simile grandezza. E certamente la presenza di violenti, di qualsiasi tipo, non giustifica assolutamente quanto poi avvenuto durante, e soprattutto dopo, il blitz.

Quanto Diaz nelle scene clou ci mostra non può ricordare un paese democratico. E non può non far venire in mente tanti film o documentari sui regimi dittatoriali sudamericani. Oserei dire che la parte dei pestaggi nella scuola è addirittura la più “digeribile”. Nella foga e nell’accecamento del momento, si è assistito a brutali degenerazioni, sicuramente condannabili duramente, ma eventualmente ascrivibili a poca lucidità da parte degli agenti. Personalmente, credo faccia ancora più impressione quanto avviene dopo l’irruzione nella scuola, a pestaggio concluso. Gli arrestati in grado di uscire dalla scuola sulle loro gambe sarebbero poi stati portati nella caserma di Bolzaneto, divenuta un vero e proprio lager in miniatura. Quando le cineprese indugiano sulla lunga notte post-sgombero, il quadro cambia. La mente non va più a regimi come quelli di Pinochet o dei Colonnelli Argentini, ma rimanda a follie ben più celebri: quelle dei lager. Nazisti o sovietici, poco importa. Ma c’è spazio anche per la storia ancora più recente: gli arrestati costretti ad abbaiare non vi ricordano le foto scattate dai soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib mentre umiliano e torturano i detenuti?

Come già detto in precedenza, Diaz più che raccontare un singolo episodio di follia ed incompetenza, denuncia comportamenti collettivi, striscianti, probabilmente più diffusi di quanto si creda. Le torture di Bolzaneto sono un atto di accusa anche contro la polizia penitenziaria, in un paese dove continuano a morire “misteriosamente” detenuti ogni anno (uno su tutti, il caso Stefano Cucchi). La violenza fisica e verbale verso “le zecche” (ossia i giovani ritenuti di sinistra pestati nella scuola) testimoniano un’intolleranza di matrice destrorsa diffusa nella polizia, unita ad un livello culturale decisamente basso. Le scelte operate dai quadri dirigenti certificano spesso un’arroganza, una prosopopea pericolosa, che genera inefficienze. Esemplare è la scena nella quale un celerino (non certo uno stinco di santo, come poi dopo si vedrà) avvisa i propri comandanti come sia rischioso far entrare in una scuola quasi 400 poliziotti esasperati da giorni di combattimenti. Verrà ignorato, con i risultati che conosciamo.

Ma è anche importante contestualizzare Diaz politicamente. Quanto in quei giorni avvenne fu il biglietto da visita del II governo Berlusconi, che presentava agli italiani la sua ideologia antidemocratica in tutto il suo splendore. Genova fu un capolavoro di inefficienza. La gestione dell’ordine pubblico fu deliberatamente liberatoria dei peggiori bassi istinti. Fu un “liberi tutti”. Fu un: aprite le gabbie, tanto al governo c’è chi non ci punirà. Il clima generale che aleggiava ai piani alti (basti ricordare che l’allora Ministro degli Interni era Claudio Scajola) era di totale onnipotenza. Nessuno sarebbe stato in grado di contestare un governo appena insediatosi con una così larga maggioranza. E così fu. Non bastarono le gabbie con cui gli splendidi vecchi caruggi di Genova furono sfregiati. Non bastò un ragazzo morto, e poi calpestato da una camionetta. Non bastò una macelleria messicana, e dopo un orrore infinito in un lager riveduto e corretto. E non bastarono neanche i poliziotti onesti che volevano solo fare il loro lavoro, e che quella notte non c’erano, o non erano d’accordo. Non bastò niente di tutto questo per scuotere le coscienze. Diaz è anche questo. E’ il ricordo del vergognoso silenzio di politici ed istituzioni, e soprattutto dei cittadini, drogati con scene di devastazione degne di una guerra. Perché anche quella fu una strategia: il libero sfogo dei violenti, così da avere una giustificazione mediatica immensa per tutto quello che sarebbe successo dopo.

Uscendo dalla sala, sia che si sia visto ACAB o Diaz, si esce tristi, scossi. In un paese dove le forze dell’ordine sono spesso baluardo contro lo strapotere di mafie violente e cannibali, film del genere sono una rasoiata in piena faccia. Siamo sicuri che quanto visto è in primis un’offesa a chi, con onestà e senso del dovere, spesso per pochi euro e con attrezzature inadeguate, in contesti difficili, fa comunque il proprio lavoro. Ma a Genova c’erano poliziotti da tutta Italia. Alla scuola Diaz ci fu un vero e proprio “volontariato”: tanti agenti arrivarono comunque per partecipare “all’evento”, anche se non avevano ricevuto alcun ordine a riguardo. Per quella notte, hanno pagato in pochi. E forse con pene troppo leggere. Dei dirigenti, che nella loro lucida follia avevano pianificato prima questo massacro, e poi gestito truffaldinamente il dopo, nessuno ha pagato. Onorare chi fa onestamente il proprio lavoro è anche non spegnere i riflettori su queste degenerazioni. Su questa inaudita violenza. Sul senso di frustrazione che aleggia nelle forze dell’ordine, sfogato poi sul primo che capita (che sia Stefano Cucchi o una manifestate inerme, poco importa).

Insieme al biglietto per vedere Diaz viene distribuito un adesivo, con sopra scritto “Mai più”. Già, mai più.

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Finanziare la democrazia

In questi giorni di scandali da far impallidire Tangentopoli, un argomento, già affrontato a suo tempo da un referendum, si è riguadagnato (mestamente, oserei dire) l’onore delle cronache: il finanziamento pubblico ai partiti, formalmente abolito da quasi vent’anni, e ricomparso, sempre vent’anni fa, sotto la dicitura di “rimborso elettorale”.

Ora come allora, è grande la sfiducia della popolazione verso dei partiti visti come lontani dal sentire comune, più incentrati sul conservare se stessi e le proprie posizioni di potere. Ma ci sono delle differenze sostanziali fra quanto successo nei primi anni ’90 ed ora; anzi, c’è una differenza sostanziale: la crisi economica.

Leggere, come avviene in questi terribili giorni, di case con fitti da 2.200 Euro in lussuosi quartieri romani, di ville enormi comprate così come le lauree, di auto di lusso cambiate come calzini, e addirittura di diamanti nascosti a casa di diversi esponenti della Lega Nord, fa male. Fa male quando nel solo 2011 più di 1000 fra impiegati ed imprenditori si sono levati la vita per non affrontare la vergogna di non poter arrivare a fine mese, di non poter sostenere le spese dell’azienda o della propria famiglia, o anche solo per non dover subire un’altra volta l’umiliazione di un prestito negato da qualche banca, magari a suo tempo salvata a caro prezzo dallo Stato e/o dalla BCE, e che ancora oggi nega il credito alle imprese.

Ormai non si tratta più solo della (sacrosanta) necessità di avvertire la classe politica come onesta, competente, vicina alle esigenze del Paese. Si tratta di non sentirsi sbattere in faccia ogni giorno la ricchezza (immeritata) di pochi, per di più proveniente dalle casse pubbliche. E da qui la necessità, intestina, di pancia, di mettere un freno a questo fiume di denaro pubblico che permette ai partiti nostrani di sopravvivere.

Ma questo è un ragionamento miope, di corto respiro. Abolire il finanziamento pubblico (ops, volevo dire: il rimborso elettorale) ai partiti, consegnerebbe la nostra già debole democrazia in mano ad interessi privati, a chi si potrà permettere di finanziare di tasca propria una formazione politica. Un esempio luminoso già l’abbiamo: Forza Italia. A buon intenditor, poche parole.

Le cifre che attualmente lo Stato destina ai partiti sono irrisorie rispetto al bilancio totale. Certo, dette così, a secco, decontestualizzate, fanno una certa impressione. Ma se messe in relazione a quanto ogni anno lo stato italiano spende ed incassa, allora il tutto già sembra più ragionevole. Finanziare i partiti è de facto finanziare la democrazia. Far si che questa si riproduca, all’infinito. Assicurarsi che i partiti non abbiamo padri e padrini, non dipendano da finanziatori occulti e non. Un esempio può essere il sistema americano, in cui soldi pubblici non ne girano, e i candidati (che siano candidati presidenti o anche solo semplici candidati al Congresso) devono battere cassa dove possono. Obama ha vinto le presidenziali del 2008 grazie ad un enorme sostegno popolare, con contributi di singoli cittadini che erano in media di una ventina di dollari. Ma è un’eccezione. Il più delle volte, dietro alle campagne di raccolta fondi si muovono grandi industriali e gruppi d’interesse. Un caso esemplare è Hillary Clinton, che ha fra i suoi maggiori finanziatori le assicurazioni sanitarie, che tanto hanno remato contro la recente riforma del sistema sanitario americano.

La nostra democrazia tutto ciò non se lo può permettere. O meglio, non se lo può più permettere. Usciamo da un ventennio in cui il Parlamento ha legiferato ad uso e consumo di un solo uomo, che finanziava il maggior partito politico italiano. Sappiamo bene cosa significa avere partiti piegati esclusivamente agli interessi di qualcuno – in questo caso, di uno. E non è casuale che gli scandali maggiori (quelli che riguardano la Lega e la Regione Lombardia) hanno un solo colore politico: il colore di chi ha governato indisturbato una regione ricca per vent’anni, e di chi è stato 15 anni al governo del Paese.

Il nostro Paese ha un bisogno disperato di politici, non di meno politica, come qualcuno urla nelle piazze. In particolare, ha un bisogno disperato di professionisti della politica. Questa è difatti un vero lavoro a tempo pieno, non una parentesi nella vita di qualcuno. Non si fa politica come un impiegato in banca si fa una partita di calcetto una volta ogni tanto. La temporaneità nello stare al governo della cosa pubblica è un lusso che solo persone estremamente competenti in determinati campi si possono permettere – ovvero, i tecnici, come quelli che oggi ci governano. I partiti hanno invece bisogno di tornare a fare quel che hanno sempre fatto: formare classe dirigente. Allargare i settori giovanili, invogliare i giovani ad impegnarsi, ma non stimolando istinti predatori. Il meccanismo di selezione della classe dirigente in questi anni è stato polverizzato, sia a destra che a sinistra: in Parlamento ora, vicino a stimati intellettuali, giuristi, professionisti d’ogni sorta (grazie a Dio ce ne sono ancora), siedono anche tanti incompetenti. Chi sono, ben lo sappiamo: basta rispolverare le cronache di qualche mese fa per ricordarsi dell’esistenza di personaggi grotteschi, come Scillipoti, o di subrette, come la Carlucci, o di uomini piccoli piccoli, come Calearo.

Si potrà poi discutere su come finanziare i partiti, se rimodulare gli attuali meccanismi di attribuzione dei rimborsi, o su come incrementare la trasparenza nei bilanci. Ma è importante spostare il discorso dalla necessità o meno di finanziare pubblicamente i partiti al come sanzionare i comportamenti predatori dei singoli, seppur diffusi. In linea, del resto, con quanto detto dal Presidente della Repubblica Napolitano, che invitava a non far di tutta un’erba un fascio. Il problema, come al solito, non è quindi lo strumento, ma chi ne fa uso, e come. In questo, giova ricordare il discorso di stamane a “Radio Anch’Io” del segretario del PD Pierluigi Bersani, magari estendendolo a tutte le forze politiche, per par condicio. Accanto a ladri, truffatori, personaggi dubbi, cerchi magici o tragici, ci sono migliaia di amministratori, soprattutto a livello locale, che fanno onestamente il loro lavoro, che provano a dare risposte, per quanto loro compete, ad una crisi che soffoca il Paese. Eliminare il rimborso elettorale significherebbe strangolare anche loro, calando il sipario sulle residue piccole speranze di una classe dirigente migliore di quella che da anni ci governa.

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Del governo Monti e d’altre sciocchezze

Prima di cominciare, perdonate la lunga assenza. Tenere aggiornato un blog, per chi nella vita non fa il giornalista, non è facile… Inoltre, sono stati mesi confusi. Difficile azzardare previsioni, elaborare analisi, intravedere percorsi e strategie.

Cominciamo: per chi abbia pensato, leggendo le prime righe, che sono stati mesi importanti per l’Italia, fondamentali per salvare la sua malconcia economia, per restituire al Paese una dignità persa da tempo immemore, è bene levare subito ogni dubbio: non è così.

Attenzione, nessuno nega l’importanza e la tempestività d’intervento di un governo tecnico decisamente d’alto profilo. Ma la nostra analisi dev’essere proiettata sul futuro. Questi quasi tre mesi di “normalità”, di autorevolezza istituzionale, di basso profilo, possono essere polverizzati da un mal di pancia intestino alla (purtroppo) pur sempre presente maggioranza politica in parlamento. Venti di tempesta soffiano da Nord, e simili, seppur meno definiti, soffiano anche da Sud. I notabili meridionali, ed i pagliacci verdi nordisti si stanno risvegliando dal torpore delle ormai archiviate feste natalizie. E sanno che, se il governo continua così, il rischio di passare a (mediocri) libri di storia è più che una remota possibilità. Il Paese non è quello rappresentato dalle facce pulite, competenti, compassate di chi ora ci governa. Il Paese, quello che muove voti, è pancia, non testa. E la pancia, brontola. Come potrebbe fare altrimenti? Le misure economiche portate avanti dall’esecutivo sono certamente pesanti per certe categorie, e pesanti anche per il Paese nel suo complesso. Ma se si è arrivati a questo, è proprio perché troppe volte si è ascoltata la pancia più che la testa.

Resta un grande interrogativo, ossia se una crisi nata da politiche selvagge neoliberiste, promosse a livello internazionale, possa essere risolta con misure… neoliberiste. Purtroppo, è un interrogativo che l’Italia, anche volendo, da sola non può risolvere.

Nel mentre, tocca adeguarci. E, come ogni compito ingrato, per l’Italia è doppiamente pesante. Tocca adeguarci e ripulirci. Tocca restituire credibilità. Tocca combattere le ineguaglianze. Tocca andare a disturbare quelli che riempiono i ristoranti di berlusconiana memoria. Tocca dire che se liberalizzare le licenze dei taxi non serve come misura singola, serve se a questa si somma la liberalizzazione delle farmacie, delle professioni, ecc. Tocca dire ad un Paese appiattito su un vecchio concetto borghese di cultura, confusa con istruzione, che il figlio dell’operaio non è necessario che diventi dottore, se di dottori ce ne sono troppi e rimangono in mezzo ad una via, nelle loro frustrazioni. In pratica, ci tocca una rivoluzione culturale, più che meramente economica.

Il tempo, come sempre, gioca a nostro sfavore. Un’operazione del genere è un lavoro di per se immenso, che le nostre mediocre forze politiche più progressiste sono ben liete di lasciare ad altri. Ma le altre, ossia l’ex maggioranza, sono tutt’altro che persuase ad accettare un percorso di normalizzazione che avrebbe come unica logica conseguenza la riduzione dell’anomalia italiana, quindi il loro forte indebolimento.

Le prossime due settimane saranno fondamentali. Formigoni può anche essere sacrificato (e sarebbe forse un bene, visto che può insidiare Alfano nella sua leadership), se nella sua Milano i giudici di un sempre più ridicolo processo Mills assolveranno Berlusconi. Forse, solo allora il PDL andrà avanti nel suo sostegno a Monti, perdendo pezzi e “purificandosi” da elementi… pittoreschi, chiamiamoli così. Altrimenti, il teatrino italiano riprenderà in tutto il suo splendore. Con conseguenze, però, da tragedia, più che da farsa.

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