Cinque libri ed una coppa di cioccolatini

La scorsa settimana, a Roma vi è stato l’importante congresso della Chirurgia Italiana, inaugurato addirittura dal Presidente della Repubblica.

A prendervi parte, migliaia di medici, professionisti del settore farmaceutico, rivenditori di costosissime apparecchiature robotiche, che rappresentano il futuro della chirurgia.

Tutti professionisti di un certo livello: gente colta, istruita.

Fra questi, v’ero anch’io, per questioni di famiglia.

Nei numerosi stand di apparecchiature mediche, spesso erano offerte caramelle, cioccolatini, o simili. Mi soffermo presso uno stand che offre dei cioccolatini, ben disposti in una coppa di vetro. Fulmineo, un signore si avvicina, e ne prende una corposa manciata voracemente. Non ci faccio gran caso. Dopo pochi minuti, ripassa, e con la stessa voracità, ne prende un’altra grossa manciata.

Sono un po’ perplesso. Fisso la hostess dello stand, anche lei perplessa.

Scappa qualche commento ironico, e dopo un po’ lei mi dice: “Guardi che non è nulla: ieri un signore si è preso di forza mezza scodella. Di fronte alle mie rimostranze, mi ha risposto: <Io ho dei bambini>”.

La scorsa settimana, i 5 libri più venduti in Italia erano (in ordine decrescente):

1° – E.I. James, Cinquanta sfumature di grigio

2° – K. Follett, L’inverno del mondo

3° – E.I. James, Cinquanta sfumature di nero

4° – E.I. James, Cinquanta sfumature di rosso

5° – P. Coelho, Il manoscritto ritrovato ad Accra

Nonostante la sempre più pungente crisi economica, solo al 9° posto troviamo un libro che ha una minima attinenza con l’attuale situazione socio economica.

Questo è “Non ci possiamo più permettere lo stato sociale: falso!” di Federico Rampini.

La scorsa settimana, l’Italia ha scoperto che vi è un malcostume diffuso nella gestione della cosa pubblica a livello regionale.

Personaggi discutibili, tronfi nella loro ignoranza e tracotanza, si sono liberamente impossessati, come altri prima di loro, di risorse pubbliche per gli scopi personali più disparati: per permettersi una vacanza, una casa o una cena di lusso, un fuoristrada per meglio affrontare la neve eccezionale dello scorso febbraio o una smart per ovviare all’impossibilità di parcheggiare in città (invece di pensare a promuovere il trasporto pubblico…).

Inoltre, la scorsa settimana si è scoperto che questa scarsa qualità etica, sociale, umana, dei personaggi coinvolti in queste becere ruberie, non dipende esclusivamente dallo scollamento tra rappresentanti e rappresentati.

I politici sotto accusa sono difatti stati eletti direttamente dal popolo, tramite le preferenze.

La principale accusa quindi mossa all’attuale legge elettorale (“un parlamento di nominati dai partiti è un parlamento di minore qualità e spessore etico e morale”) è perlomeno da rivedere.

La scorsa settimana, sono avvenuti, fra tanti, questi tre avvenimenti, apparentemente diversissimi e non collegati tra loro.

A mio avviso, non è così.

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Francia: verso una vittoria di Hollande? – da Gli Euros.eu

Pubblico anche qui un’analisi “light” sulle presidenziali francesi di domenica 6 maggio; analisi scritta per Gli Euros, rivista online che si occupa di attualità europea, ed interamente composta da giovani professionisti ed appassionati di questioni europee, come il mio collega e amico Giuseppe Ciarliero. Sono stato molto contento di questa collaborazione, e spero si possa ripetere in futuro. Vi prego quindi di dare un’occhiata al sito (basta cliccare QUI) in quanto credo fermamente che iniziative del genere vadano solo incoraggiate, sopratutto in tempi difficili come questi, dove capire come funziona l’Europa è di fondamentale importanza, evitando di cavalcare falsi miti su nazioni chiuse in se stesse.

A poche ore dal voto del 6 maggio in Francia, che deciderà chi sarà il ventiquattresimo Presidente della Repubblica Francese, il quadro politico è ormai completo, e chiaro: tutti e tre i principali perdenti del primo turno (Marine Le Pen, François Bayrou e Jean-Luc Mélanchon) hanno dichiarato come agiranno al secondo turno.

E le borse, che incombevano il giorno dopo i risultati del primo turno con i loro mal di pancia, sembrano essersi (per ora) calmate. Cosa succederà la prossima domenica, quindi, sembra non sarà una sorpresa.

I sondaggi d’oltralpe, mediamente, accreditano il socialista François Hollande come vincitore, con il 53% dei suffragi. Nicolas Sarkozy, invece, s’inchioderà intorno al 47%, conquistando un secondo posto su un podio tutto speciale, e ben poco onorevole (politicamente parlando).

Se così fosse, Sarkozy sarebbe il secondo presidente della Quinta Repubblica Francese a non essere riconfermato per un secondo mandato. Il primo (e per ora unico) esempio fu Valéry Giscard d’Estaing, che perse le elezioni del 1981 contro François Mitterrand, l’ultimo presidente socialista francese, che governò per due mandati, fino al 1995.

Le due settimane fra il primo ed il secondo turno elettorale sono volate senza grandi colpi di scena. Appena le urne del primo turno delle elezioni presidenziali (domenica 22 aprile) si sono chiuse, Jean-Luc Mélanchon, candidato della sinistra radicale, si è affrettato a chiedere ai suoi sostenitori (11,10% dei suffragi) di votare per Hollande. Prevedibile.

A Nicolas Sarkozy, quindi, per recuperare lo svantaggio, acuito dai voti della sinistra radicale, non è rimasto che puntare al cospicuo elettorato che, al primo turno, aveva scelto la leader di estrema destra Marine Le Pen.

Quest’ultima sperava di superare il primato del padre, Jean-Marie, che nel 2002, grazie al suo 16,86%, si era guadagnato l’accesso al secondo turno per sfidare l’uscente Jacques Chirac. C’è riuscita, raccogliendo il 17,90% dei voti. La campagna elettorale di Sarkozy è così diventata più aggressiva, più rabbiosa, più decisa, nel tentativo di conquistarsi le simpatie dell’estrema destra; quelle stesse simpatie che, nel 2007, l’avevano portato all’Eliseo, saccheggiando, per l’appunto, il bacino elettorale del vecchio Jean-Marie Le Pen, ridotto ad un ben più mite 10,44% dei consensi.

Ma questa spinta verso l’estrema destra è costata a Sarkozy l’alienarsi l’elettorato moderato del centrista François Bayrou, che con il suo 9,13% può essere il vero ago della bilancia. Egli stesso ha dichiarato, giovedì 3 maggio, che voterà personalmente Hollande, lasciando però libertà di scelta ai suoi elettori. Ma l’endorsement per il socialista è chiaro. Se a questo sommiamo l’appello di Marine Le Pen ai suoi sostenitori di votare scheda bianca, e considerati i sopra citati sondaggi, allora sembra davvero che il presidente più mediatico della recente storia francese si possa già considerare come appartenente al passato.

Eppure, il giorno dopo primo turno, lunedì 23 aprile, la strada sembrava tutta in salita per Hollande, nonostante il momentaneo vantaggio. L’Europa si è difatti svegliata con l’incubo incombente di un disastro in borsa. Le principali piazze affaristiche del vecchio continente avevano bruciato, in un sol giorno, diversi miliardi di euro. Solo un punto e mezzo separava i due sfidanti, eppure sembrava che gli investitori avessero già bocciato il cambio di passo francese, che aveva visto Hollande vincere sul presidente uscente Sarkozy con il 28,63%.

Col passare dei giorni, la situazione borsistica sembra essersi (momentaneamente) rasserenata, levando così a Sarkozy la sua arma principale: agitare lo spettro del fallimento economico della Francia, se Hollande avesse vinto. Uno spettro che, a dir la verità, è ancora presente, anche se non in questi termini.

François Hollande è difatti dichiaratamente contrario alla politica del rigore imposta in questi ultimi anni a tutta l’Europa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, e sposata convintamente dal repubblicano Sarkozy.

Se sarà eletto, il neo-presidente francese si troverà ad operare in un’Europa sostanzialmente monocolore: in Spagna e Portogallo nel 2011 sono tornati al governo i partiti di centro-destra, e così sembra avverrà anche in Grecia, attualmente commissariata da tecnici di stampo neo-liberista, così come l’Italia. E poi, ovviamente, c’è la Germania a guida CDU.

In questo momento nel Vecchio Continente vige il pensiero unico: alla crisi economica provocata dall’economia neo-liberista e dalla finanza, si reagisce con un rigore di stampo… neo-liberista. Le borse non potranno non tenere conto di questo cambiamento. O meglio, più che le borse, la speculazione finanziaria, che non aspetta altro che un paese europeo più debole da attaccare, come già successo con Grecia, Italia, e, negli ultimi giorni, Spagna.

Hollande rappresenta certamente un elemento di rottura nel quadro europeo: se sarà eletto, ha dichiarato, metterà in discussione da subito il patto di bilancio della UE. Ma se le borse si sono calmate, in queste due settimane, è forse anche merito di quanto dichiarato dal presidente della BCE Mario Draghi, il quale, lo scorso 25 aprile, ha invitato i governi europei ad adoperarsi per stimolare la crescita economica, concentrandosi non solo sul, sempre necessario, rigore nei conti.

Inoltre, se sarà eletto, anche la Merkel, che le piaccia oppure no, dovrà fare i conti con le proposte di Hollande, che sarà pur sempre a capo della seconda economia d’Europa. La cancelliera tedesca, ben conscia di ciò, ha diplomaticamente dichiarato (dopo aver fatto apertamente il tifo per Sarkozy per il primo turno) che lavorerà benissimo con chiunque verrà eletto in Francia. Il quadro europeo sembra quindi prepararsi all’arrivo della novità Hollande, che trova inaspettati sostenitori perfino fra le fila del PDL nostrano (quali Schifani, Tremonti e addirittura lo stesso Berlusconi).

Chi è invece ancora preoccupato per la sua elezione è il giornale inglese The Economist, che lo scorso 28 aprile titolava: “Il piuttosto pericoloso signor Hollande”. Considerata l’influenza che gli articoli del settimanale inglese hanno avuto in passato su elettorati come quello italiano, François si può considerare già all’Eliseo.

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Diaz & il germe neofascista nella Polizia nostrana

Il cinema italiano è stato spesso veicolo di denuncia, di ogni tipologia. Dal neorealismo che rappresentava con crudezza le condizioni di vita post-guerra, passando per i film d’impegno politico degli anni ’70 (soprattutto circa il movimento operaio), a pellicole che hanno ricostruito casi oscuri della nostra recente storia, come la strage di Ustica. Una categoria a se stante rappresentano, poi, i film su mafia, camorra, criminalità organizzata in generale. Negli ultimi anni, sul grande schermo sono state affrontate differenti tematiche, dal tramonto del mondo operaio (Il posto dell’anima), all’annichilimento della cultura nell’Italia berlusconiana (Il Caimano), alla degenerazione del capitalismo nostrano (Il gioiellino). Per una strana coincidenza, però, questi primi mesi del 2012 sono stati segnati da due pellicole, che trattano un tema, oserei dire, classicamente italiano, ossia carsico, che non viene affrontato apertamente, come in una moderna democrazia si dovrebbe fare: il tema del germe neofascista insito nelle nostre forze di polizia, e la degenerazione che questo fenomeno comporta.

ACAB (questa è la prima pellicola) lo affronta più direttamente, mettendo in luce come una certa idea di ordine sociale, una certa idea di estetica, una certa idea di impunità e superiorità rispetto alla legge che gli agenti stessi dovrebbero rappresentare, serpeggia fra le forze dell’ordine. Si dirà: è un’eccezione. E’ un caso limite. Sono pochi elementi, magari sanzionati (nel caso in cui commettano illeciti) dai loro superiori. Si dirà: non sono rappresentativi della realtà delle forze dell’ordine in Italia.

A tutte queste (logiche) perplessità, a tutti questi distinguo, risponde la seconda pellicola, Diaz. E risponde in un modo molto diretto, molto esplicito. Alla stregua di un dialogo fra due persone, nel quale la seconda persona si alza in piedi, di scatto, e molla un calcio in faccia alla prima.

Diaz è sicuramente un film più “politico” (non nel senso di fazioso), molto più completo di ACAB. Se quest’ultimo aveva la pretesa di sollevare una questione percepita come generale, di un malcostume diffuso nella polizia italiana, paradossalmente Diaz, con la sua struttura narrativa incentrata solo ed esclusivamente su UN episodio storico (il G8 di Genova), ci restituisce un affresco a più ampio respiro, capace davvero di mettere in luce malcostumi diffusi, e non limitati alla sola Polizia di Stato.

I fatti narrati in Diaz, in teoria, li conoscono tutti. In pratica, nell’Italia dalla memoria corta, nessuno, soprattutto i più giovani, li ricorda. Nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001, il VI reparto mobile della Polizia di Stato fece irruzione nella scuola genovese Armando Diaz, adibita a dormitorio per i partecipanti del Genova Social Forum. L’ordine era, a quanto pare, sgomberare il manufatto, rifugio di pericolosi anarco-insurrezionalisti. La scuola risulterà essere, successivamente, utilizzata da manifestanti per lo più pacifici, e di diversa natura (al suo interno, anche tanti giornalisti, italiani ed esteri). Quindi, per giustificare un’operazione tutt’ora inspiegabile nelle sue modalità e nella sua portata, molti ritrovamenti di armi furono fabbricati ad hoc dalle forze dell’ordine (esemplare la storia delle due molotov, ritrovate altrove, e portate volontariamente dagli agenti nella scuola). Ho scritto di proposito “molti ritrovamenti”. Nessuno esclude, infatti, la presenza di violenti all’interno della scuola. Ma certamente non in numero sufficiente da giustificare un’operazione di simile grandezza. E certamente la presenza di violenti, di qualsiasi tipo, non giustifica assolutamente quanto poi avvenuto durante, e soprattutto dopo, il blitz.

Quanto Diaz nelle scene clou ci mostra non può ricordare un paese democratico. E non può non far venire in mente tanti film o documentari sui regimi dittatoriali sudamericani. Oserei dire che la parte dei pestaggi nella scuola è addirittura la più “digeribile”. Nella foga e nell’accecamento del momento, si è assistito a brutali degenerazioni, sicuramente condannabili duramente, ma eventualmente ascrivibili a poca lucidità da parte degli agenti. Personalmente, credo faccia ancora più impressione quanto avviene dopo l’irruzione nella scuola, a pestaggio concluso. Gli arrestati in grado di uscire dalla scuola sulle loro gambe sarebbero poi stati portati nella caserma di Bolzaneto, divenuta un vero e proprio lager in miniatura. Quando le cineprese indugiano sulla lunga notte post-sgombero, il quadro cambia. La mente non va più a regimi come quelli di Pinochet o dei Colonnelli Argentini, ma rimanda a follie ben più celebri: quelle dei lager. Nazisti o sovietici, poco importa. Ma c’è spazio anche per la storia ancora più recente: gli arrestati costretti ad abbaiare non vi ricordano le foto scattate dai soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib mentre umiliano e torturano i detenuti?

Come già detto in precedenza, Diaz più che raccontare un singolo episodio di follia ed incompetenza, denuncia comportamenti collettivi, striscianti, probabilmente più diffusi di quanto si creda. Le torture di Bolzaneto sono un atto di accusa anche contro la polizia penitenziaria, in un paese dove continuano a morire “misteriosamente” detenuti ogni anno (uno su tutti, il caso Stefano Cucchi). La violenza fisica e verbale verso “le zecche” (ossia i giovani ritenuti di sinistra pestati nella scuola) testimoniano un’intolleranza di matrice destrorsa diffusa nella polizia, unita ad un livello culturale decisamente basso. Le scelte operate dai quadri dirigenti certificano spesso un’arroganza, una prosopopea pericolosa, che genera inefficienze. Esemplare è la scena nella quale un celerino (non certo uno stinco di santo, come poi dopo si vedrà) avvisa i propri comandanti come sia rischioso far entrare in una scuola quasi 400 poliziotti esasperati da giorni di combattimenti. Verrà ignorato, con i risultati che conosciamo.

Ma è anche importante contestualizzare Diaz politicamente. Quanto in quei giorni avvenne fu il biglietto da visita del II governo Berlusconi, che presentava agli italiani la sua ideologia antidemocratica in tutto il suo splendore. Genova fu un capolavoro di inefficienza. La gestione dell’ordine pubblico fu deliberatamente liberatoria dei peggiori bassi istinti. Fu un “liberi tutti”. Fu un: aprite le gabbie, tanto al governo c’è chi non ci punirà. Il clima generale che aleggiava ai piani alti (basti ricordare che l’allora Ministro degli Interni era Claudio Scajola) era di totale onnipotenza. Nessuno sarebbe stato in grado di contestare un governo appena insediatosi con una così larga maggioranza. E così fu. Non bastarono le gabbie con cui gli splendidi vecchi caruggi di Genova furono sfregiati. Non bastò un ragazzo morto, e poi calpestato da una camionetta. Non bastò una macelleria messicana, e dopo un orrore infinito in un lager riveduto e corretto. E non bastarono neanche i poliziotti onesti che volevano solo fare il loro lavoro, e che quella notte non c’erano, o non erano d’accordo. Non bastò niente di tutto questo per scuotere le coscienze. Diaz è anche questo. E’ il ricordo del vergognoso silenzio di politici ed istituzioni, e soprattutto dei cittadini, drogati con scene di devastazione degne di una guerra. Perché anche quella fu una strategia: il libero sfogo dei violenti, così da avere una giustificazione mediatica immensa per tutto quello che sarebbe successo dopo.

Uscendo dalla sala, sia che si sia visto ACAB o Diaz, si esce tristi, scossi. In un paese dove le forze dell’ordine sono spesso baluardo contro lo strapotere di mafie violente e cannibali, film del genere sono una rasoiata in piena faccia. Siamo sicuri che quanto visto è in primis un’offesa a chi, con onestà e senso del dovere, spesso per pochi euro e con attrezzature inadeguate, in contesti difficili, fa comunque il proprio lavoro. Ma a Genova c’erano poliziotti da tutta Italia. Alla scuola Diaz ci fu un vero e proprio “volontariato”: tanti agenti arrivarono comunque per partecipare “all’evento”, anche se non avevano ricevuto alcun ordine a riguardo. Per quella notte, hanno pagato in pochi. E forse con pene troppo leggere. Dei dirigenti, che nella loro lucida follia avevano pianificato prima questo massacro, e poi gestito truffaldinamente il dopo, nessuno ha pagato. Onorare chi fa onestamente il proprio lavoro è anche non spegnere i riflettori su queste degenerazioni. Su questa inaudita violenza. Sul senso di frustrazione che aleggia nelle forze dell’ordine, sfogato poi sul primo che capita (che sia Stefano Cucchi o una manifestate inerme, poco importa).

Insieme al biglietto per vedere Diaz viene distribuito un adesivo, con sopra scritto “Mai più”. Già, mai più.

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Finanziare la democrazia

In questi giorni di scandali da far impallidire Tangentopoli, un argomento, già affrontato a suo tempo da un referendum, si è riguadagnato (mestamente, oserei dire) l’onore delle cronache: il finanziamento pubblico ai partiti, formalmente abolito da quasi vent’anni, e ricomparso, sempre vent’anni fa, sotto la dicitura di “rimborso elettorale”.

Ora come allora, è grande la sfiducia della popolazione verso dei partiti visti come lontani dal sentire comune, più incentrati sul conservare se stessi e le proprie posizioni di potere. Ma ci sono delle differenze sostanziali fra quanto successo nei primi anni ’90 ed ora; anzi, c’è una differenza sostanziale: la crisi economica.

Leggere, come avviene in questi terribili giorni, di case con fitti da 2.200 Euro in lussuosi quartieri romani, di ville enormi comprate così come le lauree, di auto di lusso cambiate come calzini, e addirittura di diamanti nascosti a casa di diversi esponenti della Lega Nord, fa male. Fa male quando nel solo 2011 più di 1000 fra impiegati ed imprenditori si sono levati la vita per non affrontare la vergogna di non poter arrivare a fine mese, di non poter sostenere le spese dell’azienda o della propria famiglia, o anche solo per non dover subire un’altra volta l’umiliazione di un prestito negato da qualche banca, magari a suo tempo salvata a caro prezzo dallo Stato e/o dalla BCE, e che ancora oggi nega il credito alle imprese.

Ormai non si tratta più solo della (sacrosanta) necessità di avvertire la classe politica come onesta, competente, vicina alle esigenze del Paese. Si tratta di non sentirsi sbattere in faccia ogni giorno la ricchezza (immeritata) di pochi, per di più proveniente dalle casse pubbliche. E da qui la necessità, intestina, di pancia, di mettere un freno a questo fiume di denaro pubblico che permette ai partiti nostrani di sopravvivere.

Ma questo è un ragionamento miope, di corto respiro. Abolire il finanziamento pubblico (ops, volevo dire: il rimborso elettorale) ai partiti, consegnerebbe la nostra già debole democrazia in mano ad interessi privati, a chi si potrà permettere di finanziare di tasca propria una formazione politica. Un esempio luminoso già l’abbiamo: Forza Italia. A buon intenditor, poche parole.

Le cifre che attualmente lo Stato destina ai partiti sono irrisorie rispetto al bilancio totale. Certo, dette così, a secco, decontestualizzate, fanno una certa impressione. Ma se messe in relazione a quanto ogni anno lo stato italiano spende ed incassa, allora il tutto già sembra più ragionevole. Finanziare i partiti è de facto finanziare la democrazia. Far si che questa si riproduca, all’infinito. Assicurarsi che i partiti non abbiamo padri e padrini, non dipendano da finanziatori occulti e non. Un esempio può essere il sistema americano, in cui soldi pubblici non ne girano, e i candidati (che siano candidati presidenti o anche solo semplici candidati al Congresso) devono battere cassa dove possono. Obama ha vinto le presidenziali del 2008 grazie ad un enorme sostegno popolare, con contributi di singoli cittadini che erano in media di una ventina di dollari. Ma è un’eccezione. Il più delle volte, dietro alle campagne di raccolta fondi si muovono grandi industriali e gruppi d’interesse. Un caso esemplare è Hillary Clinton, che ha fra i suoi maggiori finanziatori le assicurazioni sanitarie, che tanto hanno remato contro la recente riforma del sistema sanitario americano.

La nostra democrazia tutto ciò non se lo può permettere. O meglio, non se lo può più permettere. Usciamo da un ventennio in cui il Parlamento ha legiferato ad uso e consumo di un solo uomo, che finanziava il maggior partito politico italiano. Sappiamo bene cosa significa avere partiti piegati esclusivamente agli interessi di qualcuno – in questo caso, di uno. E non è casuale che gli scandali maggiori (quelli che riguardano la Lega e la Regione Lombardia) hanno un solo colore politico: il colore di chi ha governato indisturbato una regione ricca per vent’anni, e di chi è stato 15 anni al governo del Paese.

Il nostro Paese ha un bisogno disperato di politici, non di meno politica, come qualcuno urla nelle piazze. In particolare, ha un bisogno disperato di professionisti della politica. Questa è difatti un vero lavoro a tempo pieno, non una parentesi nella vita di qualcuno. Non si fa politica come un impiegato in banca si fa una partita di calcetto una volta ogni tanto. La temporaneità nello stare al governo della cosa pubblica è un lusso che solo persone estremamente competenti in determinati campi si possono permettere – ovvero, i tecnici, come quelli che oggi ci governano. I partiti hanno invece bisogno di tornare a fare quel che hanno sempre fatto: formare classe dirigente. Allargare i settori giovanili, invogliare i giovani ad impegnarsi, ma non stimolando istinti predatori. Il meccanismo di selezione della classe dirigente in questi anni è stato polverizzato, sia a destra che a sinistra: in Parlamento ora, vicino a stimati intellettuali, giuristi, professionisti d’ogni sorta (grazie a Dio ce ne sono ancora), siedono anche tanti incompetenti. Chi sono, ben lo sappiamo: basta rispolverare le cronache di qualche mese fa per ricordarsi dell’esistenza di personaggi grotteschi, come Scillipoti, o di subrette, come la Carlucci, o di uomini piccoli piccoli, come Calearo.

Si potrà poi discutere su come finanziare i partiti, se rimodulare gli attuali meccanismi di attribuzione dei rimborsi, o su come incrementare la trasparenza nei bilanci. Ma è importante spostare il discorso dalla necessità o meno di finanziare pubblicamente i partiti al come sanzionare i comportamenti predatori dei singoli, seppur diffusi. In linea, del resto, con quanto detto dal Presidente della Repubblica Napolitano, che invitava a non far di tutta un’erba un fascio. Il problema, come al solito, non è quindi lo strumento, ma chi ne fa uso, e come. In questo, giova ricordare il discorso di stamane a “Radio Anch’Io” del segretario del PD Pierluigi Bersani, magari estendendolo a tutte le forze politiche, per par condicio. Accanto a ladri, truffatori, personaggi dubbi, cerchi magici o tragici, ci sono migliaia di amministratori, soprattutto a livello locale, che fanno onestamente il loro lavoro, che provano a dare risposte, per quanto loro compete, ad una crisi che soffoca il Paese. Eliminare il rimborso elettorale significherebbe strangolare anche loro, calando il sipario sulle residue piccole speranze di una classe dirigente migliore di quella che da anni ci governa.

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Del governo Monti e d’altre sciocchezze

Prima di cominciare, perdonate la lunga assenza. Tenere aggiornato un blog, per chi nella vita non fa il giornalista, non è facile… Inoltre, sono stati mesi confusi. Difficile azzardare previsioni, elaborare analisi, intravedere percorsi e strategie.

Cominciamo: per chi abbia pensato, leggendo le prime righe, che sono stati mesi importanti per l’Italia, fondamentali per salvare la sua malconcia economia, per restituire al Paese una dignità persa da tempo immemore, è bene levare subito ogni dubbio: non è così.

Attenzione, nessuno nega l’importanza e la tempestività d’intervento di un governo tecnico decisamente d’alto profilo. Ma la nostra analisi dev’essere proiettata sul futuro. Questi quasi tre mesi di “normalità”, di autorevolezza istituzionale, di basso profilo, possono essere polverizzati da un mal di pancia intestino alla (purtroppo) pur sempre presente maggioranza politica in parlamento. Venti di tempesta soffiano da Nord, e simili, seppur meno definiti, soffiano anche da Sud. I notabili meridionali, ed i pagliacci verdi nordisti si stanno risvegliando dal torpore delle ormai archiviate feste natalizie. E sanno che, se il governo continua così, il rischio di passare a (mediocri) libri di storia è più che una remota possibilità. Il Paese non è quello rappresentato dalle facce pulite, competenti, compassate di chi ora ci governa. Il Paese, quello che muove voti, è pancia, non testa. E la pancia, brontola. Come potrebbe fare altrimenti? Le misure economiche portate avanti dall’esecutivo sono certamente pesanti per certe categorie, e pesanti anche per il Paese nel suo complesso. Ma se si è arrivati a questo, è proprio perché troppe volte si è ascoltata la pancia più che la testa.

Resta un grande interrogativo, ossia se una crisi nata da politiche selvagge neoliberiste, promosse a livello internazionale, possa essere risolta con misure… neoliberiste. Purtroppo, è un interrogativo che l’Italia, anche volendo, da sola non può risolvere.

Nel mentre, tocca adeguarci. E, come ogni compito ingrato, per l’Italia è doppiamente pesante. Tocca adeguarci e ripulirci. Tocca restituire credibilità. Tocca combattere le ineguaglianze. Tocca andare a disturbare quelli che riempiono i ristoranti di berlusconiana memoria. Tocca dire che se liberalizzare le licenze dei taxi non serve come misura singola, serve se a questa si somma la liberalizzazione delle farmacie, delle professioni, ecc. Tocca dire ad un Paese appiattito su un vecchio concetto borghese di cultura, confusa con istruzione, che il figlio dell’operaio non è necessario che diventi dottore, se di dottori ce ne sono troppi e rimangono in mezzo ad una via, nelle loro frustrazioni. In pratica, ci tocca una rivoluzione culturale, più che meramente economica.

Il tempo, come sempre, gioca a nostro sfavore. Un’operazione del genere è un lavoro di per se immenso, che le nostre mediocre forze politiche più progressiste sono ben liete di lasciare ad altri. Ma le altre, ossia l’ex maggioranza, sono tutt’altro che persuase ad accettare un percorso di normalizzazione che avrebbe come unica logica conseguenza la riduzione dell’anomalia italiana, quindi il loro forte indebolimento.

Le prossime due settimane saranno fondamentali. Formigoni può anche essere sacrificato (e sarebbe forse un bene, visto che può insidiare Alfano nella sua leadership), se nella sua Milano i giudici di un sempre più ridicolo processo Mills assolveranno Berlusconi. Forse, solo allora il PDL andrà avanti nel suo sostegno a Monti, perdendo pezzi e “purificandosi” da elementi… pittoreschi, chiamiamoli così. Altrimenti, il teatrino italiano riprenderà in tutto il suo splendore. Con conseguenze, però, da tragedia, più che da farsa.

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Il modello Macerata ed il destino del PD

Avevo promesso un post sull’opposizione, per chiudere la panoramica sull’attuale situazione politica italiana, ed eccolo qui.

In questo “fiammeggiante tramonto” del berlusconismo, manca una voce forte dall’altra parte. La recente storia ci narra che, mentre tutto il sistema crollava sotto i colpi di Tangentopoli, si sentiva la pressione dei “barbari alle porte”: ossia, il PCI. E in risposta a questo pericolo, ci fu la chiamata alle armi del Cavaliere. Ora questa “pressione” non si sente. O meglio, si sentirebbe se venisse da un fronte unito. Che non c’è.

L’Unione fa la forza, si dirà. Vero, ma non è detto che l’Unione abbia la forza. Ed ora come ora, per avere una certezza matematica di vittoria alle sempre più imminenti elezioni, servirebbe, per l’appunto, un’Unione. Da Casini a Vendola, passando per Di Pietro. E’ inutile girarci intorno. E’ una matematica realtà. Ed è, del resto, il disegno che, neanche troppo segretamente, coltiva la classe dirigente del PD. Quella che Renzi vorrebbe spazzar via. Ma su di lui, torneremo dopo.

Dicevamo. Il disegno che accarezzano Bersani, D’Alema ed altri è il seguente: una grande coalizione delle attuali opposizioni democratiche di questo Paese, moderate e meno moderate, per riscrivere, in una legislatura “costituente”, le regole del gioco, che nelle grandi democrazie si scrivono assieme. Ossia, riforme di tipo strutturale: da quella elettorale, alle riforme dell’ordinamento dello Stato, pesanti interventi di politica economica, energetica, etc. Un disegno notevole, d’altissimo profilo istituzionale. Un’idea che ha la sua ispirazione nella Große Koalition in Germania, che dal 2005 al 2009 vide uniti, alla guida del governo, SPD & CDU. Qui in Italia, quest’idea è assimilabile al modello Macerata: nel capoluogo marchigiano, alle scorse comunali il centro-sinistra ha vinto presentando una coalizione PD-UDC-IDV, lasciando fuori SEL, che comunque s’è portata a casa il 9,9% dei voti. Ovviamente, nel caso del governo nazionale la coalizione sarebbe aperta anche a Vendola e compagni.

Quindi, per qualche anno, si mettono da parte divergenze ideologiche, ci si rimbocca le maniche, si rifonda il Paese, e poi ognuno per la sua strada. Se quest’alta idea di politica fosse espressa così, non omettendo la possibilità di dire dopo, a legislatura in scadenza, “ognuno per la sua strada” (come accadde, per l’appunto, in Germania, dove alle elezioni del 2009 CDU e SPD si presentarono su fronti opposti), forse sarebbe più comprensibile da parte dell’elettorato. Perché com’è presentata ora, fra detto e non detto, un po’ in politichese, il messaggio non arriva chiaro al Paese. Un ottimo esempio è l’intervista di D’Alema sul Corriere della Sera del 16 ottobre scorso. E anche se il messaggio arrivasse chiaro, servirebbe un elettorato incredibilmente maturo per poterlo accogliere. Ci sarebbero poi problemi non da poco, quali la questione leadership. Ci sarebbero le resistenze dei finiani, che mai si alleerebbero con “la sinistra”, e che tirerebbero per la giacca Casini, nella paura (più che reale) di scomparire dal quadro politico italiano. E soprattutto, ci sarebbe la questione fondamentale: che il Paese vuole andare da un’altra parte.

Il modello Macerata è difatti risultato, tutto sommato, già “superato” dalle recenti comunali: i voti di Milano, Napoli, Cagliari (strappata alle destre dopo addirittura 150 anni!), per non parlare poi del referendum dello scorso giugno, hanno dimostrato che c’è già una coalizione, potenzialmente, vincente. E che soprattutto non guarda al centro democristiano, ma che anzi guarda più a sinistra. Con buona pace, per l’appunto, di D’Alema (La Repubblica, 3 giugno 2011). Attenzione, però. E’ questa una tendenza globale: le recenti votazioni, in tutto il mondo, vedono a livello nazionale un’andata in controtendenza rispetto ai governi in carica, in genere dovuta alle risposte che i governi danno alla crisi. Per intenderci: se il governo è di destra, si va a sinistra, e viceversa. Qualche esempio: in Danimarca il governo conservatore perde per far spazio ai socialisti, la Spagna è prossima a tornare al PPE, in Germania la Merkel perde un’elezione locale dopo l’altra, in Francia Sarkozy arranca. L’esempio migliore sono gli Stati Uniti: Obama come presidente democratico nel 2008 in risposta al repubblicano Bush, e dopo solo due anni (2010) i democratici perdono la (notevole) maggioranza al Congresso per un ritorno repubblicano in grande stile, in seguito a fallimentari (almeno per gli americani) risposte per fronteggiare la crisi da parte dell’amministrazione democratica.

Questo il quadro globale. L’Italia sicuramente s’inserisce in questa tendenza, con le sue, però, peculiarità. Da noi non c’è solo la crisi. C’è la fine di un ventennale sistema di potere, e forse (speriamo) di un modo d’intendere la politica: la fine della cosiddetta “seconda repubblica”. La partita da giocare è quindi molto più ampia, e molto più complessa. Nonostante questa complessità, ignorare le esigenze dell’elettorato può essere una pesante forzatura delle realtà.

Cosa ci aspetta dopo la fine del berlusconismo, non è dato saperlo. Nessuno, al tramonto della DC, avrebbe immaginato cosa sarebbe successo di lì a poco. Ora come allora, nessuno sa cosa ci aspetta. E soprattutto, quando questo crollo avverrà. Una cosa è certa: il tempo è poco. Il governo potrebbe cadere da un giorno all’altro. Se ciò accadesse domattina, l’opposizione non avrebbe uno schema, un programma, un leader. E si troverebbe, in pochi mesi, a immaginare una coalizione, far le primarie, stendere un programma. Troppo poco tempo per troppe cose, e tutte troppo grandi. I leader dell’opposizione si troverebbero, inoltre, non solo ad immaginare un battaglione da presentare alle elezioni, ma si muoverebbero anche in un contesto nuovo, dove tutto può succedere, come sarà il giorno dopo la fine del Cavaliere. Quindi, sarebbe tutto incredibilmente più difficile. Per tale ragione è necessario, impellente, e non più rinviabile, presentare un’Idea di Paese, e le persone, i partiti, che a questa Idea vogliono partecipare. L’opposizione, ed in primis il suo perno, il PD, non si possono più permettere di giocare di rimessa. Di muovere, come detto ieri da Baricco alla convention di Renzi, i pezzi neri degli scacchi in risposta ai bianchi, che hanno sempre la prima mossa.

Io non so quale coalizione sarebbe migliore per governare questo Paese. Non so su quali basi, programmatiche e/o ideali, si potrebbero tenere insieme vendoliani e casiniani. Non so neanche se l’elettorato sarebbe in grado di comprendere l’altissimo messaggio istituzionale che c’è dietro ad un’operazione del genere. Sollevo, però qualche dubbio da comune elettore. L’UDC in questi anni ha dato prova di inaffidabilità. La vergognosa politica dei due forni, applicata per le Regionali 2010, ha portato il partito di Casini a ricoprire cariche praticamente in tutte le regioni d’Italia, dando prova del peggior equilibrismo di democristiana memoria. Non sbaglia Di Pietro, con tutti i suoi limiti, a definire l’UDC una moglie ammiccante. E le urne hanno dato, ripeto, una chiara indicazione su cosa voglia il Paese ora: più sinistra.

Inoltre, non so quanto all’UDC, ed ovviamente al Terzo Polo, converrebbe un’alleanza con la sinistra. Il giorno dopo la scomparsa di Berlusconi, comincerà un inevitabile, per quanto lungo, dissolvimento di tutta la schiera berlusconiana. Cominceranno i riposizionamenti, che andranno avanti per anni. Con un centro-sinistra “puro” (PD-IDV-SEL) al governo, e quel-che-resta del PDL all’opposizione, il Terzo Polo potrebbe pian piano mangiarsi l’attuale centro-destra. Ammiccando per qualche grande riforma strutturale al centro-sinistra al potere, e nel mentre far rientrare a casa i tanti “esuli”, sia ex che ideali, quali Pisanu, Martino, qualche ex-An, e chissà quanti altri. In cinque anni, il PDL così come noi lo conosciamo sarebbe solo un lontano quanto sgradevole ricordo. E Casini si troverebbe a guidare un Terzo Polo, magari sotto le insegne del PPE, molto più largo. Se ciò avvenisse, potrebbe ampiamente vincere le elezioni. E’ uno scenario molto lontano nel tempo, ma non lontanissimo dalla realtà.

L’importante è, quindi, non tanto avere Casini con il PD al governo, ma tenere l’UDC fuori dall’orbita dell’attuale PDL. Bisogna però decidere, ed in fretta. Se si vuole tentare la carta del modello Macerata, andando contro la chiara tendenza delle urne, si stendesse ora un programma. Se si vuole invece tentare lo schema a tre punte di un centro-sinistra “puro”, allora bisogna offrire a Casini qualcosa per la quale valga la pena resistere alle sirene da destra. Difatti, la chiave è tutta lì: se domattina Berlusconi si ritirasse, sarebbe molto più facile per l’UDC riposizionarsi a destra, e mangiarsi “da dentro” il PDL. In questo modo, si fonderebbe la sezione italiana del PPE, con Casini candidato premier alla guida di un enorme partito di centro-destra, finalmente epurato da Berlusconi. Senza il suo argomento principe d’opposizione, ossia il Cavaliere, e senza l’apporto dei voti UDC (come ho detto, basta che questi non confluiscano a destra), il centro-sinistra andrebbe incontro a sconfitta certa. Il tempo quindi stringe: o con noi, o non con loro. Cosa si potrebbe offrire a Casini, pur di tenerlo fuori dai giochi della destra? Io un’idea l’avrei, ma la terrò per me…

Il Partito Democratico è un grande contenitore. Al Suo interno ha tantissime posizioni, forse anche troppe. Ma è l’ultimo partito che rimane all’Italia nel senso vero del termine: un’associazione tra persone accumunate da una medesima finalità politica. Non c’è un leader, se non a tempo. E questo è un segretario, democraticamente eletto. Al di là dei meriti personali, senza Vendola, SEL non esisterebbe. Senza Casini, l’UDC non esisterebbe. E lo stesso vale per Fini, Di Pietro, Micciché, Lombardo, ed ovviamente Berlusconi. Sono partiti schiacciati sulle personalità dei singoli leader. Quindi, la dialettica all’interno di un così grande contenitore è cosa normale. Ma purtroppo la sinistra ha abbondanza di dialettica interna da farla diventare autolesionismo. Le continue uscite di Veltroni ne sono la più recente prova. Un ex-segretario che ha portato in parlamento splendidi esempi di parlamentari come la Binetti, Calearo, o gli irriducibili Radicali, dovrebbe almeno avere il buon gusto di stare zitto, dopo aver visto, nel tempo, il dissolversi della sua, seppur affascinante, idea di partito. C’è poi la questione Renzi: certe sue istanze sono sicuramente condivisibili. Che ci sia bisogno di un ricambio generazionale nel partito è fuori discussione. Dalla mia piccolissima esperienza, posso affermare che il disastro napoletano alle ultime comunali è anche frutto di questo mancato ricambio ai vertici, ma anzi di un continuo riciclo sempre delle stesse facce, degli stessi nomi, delle stesse competenze e a volte, disgraziatamente, incompetenze. Ma per il resto, le ricette da lui offerte sono sicuramente assimilabili ad una destra moderata. Quindi, cosa ne sarà di Renzi e delle sue proposte dipende fondamentalmente da dove il PD, tramite le decisioni dell’attuale (ironia della sorte) dirigenza, deciderà di andare. Se si sceglierà l’Unione allargata, allora sicuramente certe sue istanze troveranno spazio, forti di una sponda centrista, entrando probabilmente nel DNA del PD. Altrimenti, dubito sinceramente che ciò avverrà. Ricambio generazionale a parte, non credo che in molti si strapperanno i capelli per questo… Inoltre, anche fra i giovani si annida il “germe” della divisione. Questa di Renzi, seppur molto più pubblicizzata, non è che la terza convention, nel giro di un mese, organizzata da “giovani” del partito: prima ci sono state le riunioni promosse da Zingaretti e Serracchiani, e quella di Civati. Cominciamo bene…

Il PD ha quindi di fronte a sé una grande scelta, difficilissima. Deve disegnare la coalizione che, probabilmente, guiderà l’Italia dopo le prossime elezioni. Ma per far ciò, deve necessariamente fare i conti con gli immortali democristiani. E con sé stesso e la sua identità.

Qualunque sia la scelta, deve essere rapida: il tempo è drammaticamente poco, ed arrivare impreparati, divisi, confusi, per l’ennesima volta alle elezioni, sarebbe un rischio che l’Italia non si può permettere di correre. Mai come questa volta.

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Ridere sul Titanic che affonda

Non c’è un posto sufficientemente grande, in Italia, per nascondersi. Aprendo il giornale viene un’irrefrenabile voglia di fuggire, di imitare gli struzzi: testa sotto la sabbia pur di non vedere, non sentire, non sapere. Purtroppo, neanche il mondo occidentale ci è amico. L’Europa non è un buon posto per cercar rifugio. Gli italiani attirano risate a non finire, al massimo una commiserevole pacca sulla spalla. Negli USA di Obama che si congratula per le iniziative prese dall’asse franco-tedesco, le cose difficilmente andrebbero meglio. Potremmo provare in Cina, in Bhutan, o in altri similari paesi. Forse le Seychelles: se siamo fortunati, non hanno mai sentito parlare di Berlusconi.

Ci si deve però levare il cappello davanti all’ottimismo, alle doti da commediante, o anche solo alla faccia tosta del nostro premier. Nel giorno dell’ennesimo vertice europeo per evitare che la barca affondi, nel giorno drammatico in cui si decide di aumentare il fondo salva stati a circa 1000 miliardi di euro (principalmente per tentare di far fronte ad un eventuale default dell’Italia), Berlusconi si presenta sorridente. Non ha con sé nulla. Una letterina d’intenti, come quelle degli scolaretti delle elementari. Titoli indicati su qualche foglio A4. Per compilarla, ha scelto le migliori menti del governo, quali i ministri Romani e Brunetta. Alzi la mano chi sappia almeno un provvedimento da loro adottato che sia degno di nota… Non è un caso che chi abbia un minimo di senso del ridicolo si sia smarcato, leggasi: Tremonti. Che non firma. Il Ministro dell’Economia, colui che ha le chiavi del (vuoto) forziere italiano, non firma una lettera con le linee guida per uscire dalla crisi, economica, del Paese. Fenomenale.

Dicevamo. Berlusconi, con tanto di letterina dei desideri per Natale in tasca, si presenta gaudente al vertice. Sarkozy non gli stringe la mano. Sono lontani i tempi in cui lo stesso presidente francese indicava come “esempio” il collega d’oltralpe. “Ha vinto tre elezioni, da 15 anni è in sella, è un vincente”. Parole scolpite nella pietra, o forse nella sabbia. Da lì a poco, l’abbraccio mortale con la Francia sulla questione nucleare. Una commessa miliardaria per EDF, che consegnava ai francesi il nostro futuro energetico. Sembra di parlare di mille anni fa, invece sono quasi tre. Oggi i due leader neanche si salutano. Forse Sarkozy è imbarazzato: la risata di domenica è obiettivamente uno scivolone di cattivo gusto. La Merkel, invece, tedesca di ferro, va dritta da lui. Lo saluta: sorrisi, quelli si, diplomatici. Ci si sta per sedere a discutere, quando passa l’avvenente nuova premier danese. Tralasciamo per carità di Patria i particolari, l’ennesima scenetta da bar sport.

Cosa di cui invece non si può non dare notizia, è che quando tocca a Berlusconi parlare, davanti ad altri 26 leader europei, si autopubblicizza. Cosa ha fatto di buono il suo governo. Le procure di sinistra. La crocefissione per i presunti bunga-bunga. Cala il gelo. Nel giorno in cui, lo ripeto, si cerca di salvare per l’ennesima volta l’Europa, il nostro premier, sorvegliato speciale, parla di bunga-bunga.

L’Europa approva le “misure” indicate sulla letterina. Non poteva fare altrimenti. Domenica, a mercati chiusi, lo scivolone della risata, che svela quanto poco siamo affidabili, è stato un danno contenibile. Ieri, invece, non approvare quanto l’Italia, in ogni modo, propone per raddrizzare la sua economia, sarebbe stato affogarsi con le proprie mani. L’Europa, unita davanti al pericolo speculazione, deve comunque dare l’idea di aver fiducia nella terza economia dell’Unione. Ma nel chiuso delle stanze, nessuno ha più fiducia nei nostri governanti. E per questo, un umiliante trattamento ci attende: il “commissariamento”. Le misure indicate nella lettera devono avere una tempistica certa. La Commissione ci sorveglierà, seguendoci come tutor per studenti diversamente abili, nel percorso d’attuazione delle nostre correzioni economiche. Per intenderci, siamo monitorati così come Grecia, Portogallo ed Irlanda. Quei membri dell’Unione soccorsi con il fondo salva stati. Quelli con l’acqua alla gola, che non hanno altre scelte. Ma noi non siamo nel “programma salva-stati”. O almeno, non ancora. Ed è questo il “particolare” che rende lo schiaffo ricevuto ieri ben più bruciante di una risata in faccia.

Nel mentre, nel Paese che affonda, non solo il premier, ma anche i suoi ben stipendiati commedianti suonano seguendo fedelmente lo spartito, come l’orchestra del Titanic. Ferrara raccoglie un manipolo di aficionados davanti l’ambasciata francese per uno show a suon di risate. A confronto, le scene di metà anni novanta, quando questo fine intellettuale si prestava a siparietti nei quali usciva da un cumulo di spazzatura, sono momenti d’alto spettacolo. La Mussolini, nipote di un altro (tragico) commediante, critica l’abbigliamento della donna che guida la terza economia mondiale, la Merkel, dall’alto del suo scranno di parlamentare della Repubblica delle Banane. A questo triste gioco, si presta anche il sempre più indifendibile Presidente della Camera. Che Napolitano abbia chiuso un occhio su un Presidente della Camera, III carica dello Stato, che fa il partigiano una domenica si ed una no in giro per l’Italia fra i suoi (pochi) adepti, è cosa nota. Ma a tutto c’è un limite. Se non fosse che a guidare il governo ci sia un’anomalia ancora più grande, Fini andrebbe dimissionato immediatamente. Fosse solo che ha prestato il fianco alla Lega, fornendo un ottimo pretesto per l’ennesima rissa parlamentare, per l’ennesima figuraccia, per l’ennesima infornata di vergognosi discorsi registrati negli archivi parlamentari.

E l’opposizione?

Bella domanda. La risposta, però, necessita di un altro post. Fra qualche giorno.

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